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ARCHIVIO RECENSIONI LP/CD


HI-GH - TILL DEATH AND AFTER (CD, METAL ON METAL RECORDS,2014)

L' "operazione nostalgia" del metal italiano tricolore degli anni '80 si infrange clamorosamente, e senza appello, di fronte a dischi come questo "Till death and after" dei giovanissimi romani Hi-gh.

In certi circoli metallari italiani si confonde creatività e talento con carta d'identità e dati anagrafici, sostenendo erroneamente la tesi che solo chi ha vissuto i famigerati Eighties possa sentire e vivere il vero spirito del metal ... su queste fragili considerazioni si basa essenzialmente il lavoro di conservazione "in vitro" delle "icone", vere o presunte, del metal italiano che fu... mi sto riferendo esplicitamente alle bands Hard'n'Heavy più tradizionali degli anni 80, i cosidetti "pionieri" il cui unico merito, spesso, è stato solo quello di essere nati prima.... ben oltre la soglia del mito costruito a tavolino, sono stati davvero pochissimi i gruppi di vero spessore artistico nati in quegli anni, e a scriverlo è uno di quei pochi cretini che all'epoca comprava tutti i loro dischi. Tutti, senza esclusione.... quando sostenere quei gruppi aveva un senso.

Ma il passato è là, irraggiungibile ..... oggi c'è un bel numero di bands giovani, che è di gran lunga superiore alla maggior parte dei redivivi loosers di 30 anni fa, il cui stato dell'arte attuale suona falso come il peggiore dei make up.....

Detto che le influenze musicali, attitudinali e stilistiche dei giovani gruppi e dei meno tali sono le medesime, la domanda da farsi è chi sia realmente in grado oggi di realizzare le prove migliori... oggi, adesso....

Senza mezzi termini, un disco come "Till death and after", assieme a pochi altri, segna finalmente il passo fra il vecchio classico metal suonato da giovani gruppi e quello stagionato, ridotto a macchietta da tanti vecchi sedicenti "guru" degli anni 80, impiegati di mezza età incapaci di scrivere un pezzo decente più o meno dal 1988...

In appena 2 anni di attività, gli Hi-gh hanno fatto progressi esponenziali; il demo di partenza non faceva prevedere lo svolgersi degli eventi futuri, e il seguente full length "Night dances" si distingueva per un approccio anomalo allo Speed'n' thrash più tradizionale, aggiungendo dosi non sempre sapienti di punk e, (sacrilegio!) psichedelia!!! ....Ora dopo aver sostituito per motivi extra-musicali il drummer-fondatore Ovidio con il terremotante Tito "Oki" e aver cambiato etichetta scegliendone una dall'ottica e prospettiva internazionale (l'ottima Metal on Metal Records), gli Hi-gh si trovano adesso a maneggiare una piccola bomba che poco concede alle precedenti "sbandate" stilistiche ...... le eccellenti "Deal of death" e "Born under evil defence" sono pezzi che si possono suonare ma difficilmente scrivere e arrangiare in tale maniera, e ciò a mio parere indica la differenza fra un gruppo qualsiasi e un gruppo vero.

Gli Hi-gh, a parte il new-comer Tito, sono effettivamente un gruppo, una vera entità che oltre a suonare, pensa collettivamente.

Dal punto di vista creativo sono ben tre le "menti" dietro il moniker, e nessuno si limita ad assecondare i "dictat" di qualsivoglia "leader" di turno... Oltre al riff-maker d'élite Marco "Psyki", la solista di Marco "Red eyes" spesso fa la differenza, e talvolta i suoi assoli, come si diceva una volta, "make you shiver down your spine...". Ottima la voce perfida di Tommaso "Slowly", uno che non deve far finta di essere cattivo, come fanno tanti altri suo colleghi con il pannolone...... Preferisco tralasciare le sue liriche.... non esattamente un poeta, ma lo perdono.

Potrei definire lo stile degli Hi-gh come un compendio di Speed/Thrash anni '80 non privo di interessanti fusioni con l'ala più oltranzista della N.W.O.B.H.M..... Insomma, una cosetta tutt'altro che facile da realizzare, e realizzare bene! Solo "Your bloody face", "Devils fire" e la conclusiva cover degli Hastiged (ex gruppo di Tommaso e Ovidio) "German metal attack" rinsaldano lo stile della band al suo recentissimo passato .... Per il resto, l'attitudine "punkish" che ne ha segnato gli esordi, rimane sullo sfondo...

Se questo "Till death and after", insieme a poche altre recenti releases, segnerà il definitivo passaggio di consegne fra il nuovo corso del metal tradizionale e le vecchie glorie incapaci di arrendersi, solo per meriti effettivi e non per leccate di culo a destra e manca, solo il tempo potrà dirlo.

Io mi limito a dirlo adesso.


(STEFANO CODERONI)


PARTY ANIMALS -- Light a fan cool (Cd, Street Symphonies Records 2014)

Questi tizi ci mandano benevolmente a quel paese già dal titolo.

Un italiano nota subito l'assonanza verbale, gli altri ne rimarranno ignari, suppongo.....

Anche l'opener dall'elegantissimo titolo "Fuck you baby" (questa la capiscono pure gli altri....) il cui testo dispensa raffinatezze a piene mani, ci suggerisce che questo quartetto proveniente da Udine non si distingue per il bon ton e si esprime col linguaggio diretto della strada, e aggiungerei io, della vita reale.

Suonando un ruvidissimo hard rock/glam della più pura tradizione Eighties, non ci si poteva aspettare niente di diverso.

Arrivano al full length dopo aver inciso un mini cd di 6 pezzi dal titolo altamente spiazzante "rock'n'roll".....

Musicalmente hanno il pelo sullo stomaco, lasciatemelo scrivere. Due uomini (chitarra e basso) e due donne (voce e batteria) che rockano come pochi. Musica zozza e sudata, con riffs che si attaccano alla pelle, con quel grado di oscena determinazione tipica di chi questa musica la vive e non si limita a suonarla.

Non mi sembra un caso che i Party Animals abbiano suonato in luoghi-simbolo della scena street /sleaze americana, ovvero il "Whiskey a go go" e il Rainbow bar and grill, e diviso il palco con gruppi formati da musicisti di fama internazionale; il sound vischioso e l'attitudine priva di compromessi sembrano proprio quelli giusti e genuini , molto simili a quelli esibiti da chi questo genere lo ha creato decenni fa molto lontano dai nostri lidi di poetica prolissa e canzonettara.

La voce della nuova cantante Andre (ex Ravenouse) è sguaiata al punto giusto; non ciò che t'aspetteresti da chi canta fiabe per bambini, ma proprio quella giusta per chi canta fiabe per adulti.....

Il songwriting è alterno, il gruppo non si esalta nelle ballatone come "Lace and spurs" e il loro lato melodico non punge come la carta vetrata dei pezzi più aggressivi, unico viatico per rilasciare la bestia rock affamata che i Party Animals possiedono ben oltre il monicker che si sono scelti.

Un chitarrista che fa le cose giuste senza strafare, una sezione ritmica essenziale e sopratutto un gruppo dal sound "tight" come dicono da quelle parti dove il rock è stato inventato.

Se alcune smancerie melodiche rimanessero in frigo, il gruppo capitalizzerebbe al massimo le sue potenzialità.

Lasciamo che Udine rimanga sullo sfondo, e aiutiamo questi quattro scalmanati ad uscirne.

(STEFANO CODERONI)


INSIDE THE HOLE - Impressions (CD, Logic(il)logic Records, 2014)

Non ho capito una cosa ascoltando questo CD ... I pezzi sono covers con testi e titoli diversi o qui si esagera?

Se non conoscessi già a menadito circa l'ottanta per cento di riffs etc. suonati in questo lavoro, mi sbilancerei in elogi e griderei al miracolo.

Il genere del trio proveniente dall'hinterland di Palermo è l'hard blues tipico degli anni 60/70, e devo dire senza tema di essere smentito che questo genere è quello più "razziato" dell'intera storia del rock, in quanto le radici sono quasi sempre le stesse e la struttura tende inevitabilmente a ripetersi con poche varianti.

Detto anche che questo gruppo è uno dei migliori interpreti del genere che ho ascoltato da tempo (tre, e uno più bravo dell'altro ....tanto forti strumentalmente quanto valida la voce...), rimango perplesso sulle sue scelte.

Certe soluzioni musicali non sono simili e, per cosi dire, "dejà vu" come nella norma, ma sono TROPPO vicine a tratti interi di brani più o meno famosi.

Del resto, una certa "libera interpretazione" di certi classici fu il modus operandi di tanti gruppi storici nello scrivere i loro classici.... L'esperienza insegna che però bisogna avere il senso della misura....

Questo CD è la "riedizione aggiornata" dell'album già inciso dal trio intitolato "Beer! Sex! and fuckin'Roll" uscito alla fine del 2011, e devo dire che se la gente se ne fregasse del problemino imbarazzante già citato, sarebbe difficile trovare in Italia di meglio in questo genere.

Questo CD è strumentalmente bello. Cantato bene e suonato meglio. Prodotto benissimo, con suoni terrosi come vuole la tradizione del miglior rock blues di stampo americano.

Per il resto ho già speso qualche parola.

(STEFANO CODERONI)



STEALTH - SHORES OF HOPE (CD autoprodotto 2013)

Una premessa indispensabile: col termine "hard rock moderno" da alcuni anni si stanno spacciando tonnellate di stronzate suonate da band ruffiane e prive di talento, incapaci di scegliere una strada autonoma in quanto incapaci e basta.

Il miscuglio miope di Hard'n'Heavy con speziature grunge, alternative e vattelapesca mi disgusta nella quasi totalità dei casi.

Non è il caso di questo gruppo di Ferrara, gli Stealth, che sono giunti a questo esordio autoprodotto dopo aver inciso precedentemente un EP.

In "Shores of Hope" mi sembra ci sia una visione eclettica del rock duro, più che una trita contaminazione di tutto e nulla.

Figli inevitabili della propria epoca e quindi influenzabili dall'eccesso di input veri e virtuali, musicali e non, gli Stealth provano (e in alcuni casi riescono) ad essere un po' sé stessi, e non sempre le copie peggiori di qualcun altro .....

Alcuni brani del cd hanno qualcosa a che fare con l'emozione vera e non posticcia, programmata a tavolino, ben oltre i limiti imposti dall'appartenenza forzata a schemi e paletti "di genere".

Sorvolando di proposito la sfilza di influenze che contaminano (in senso buono...) la loro musica, ho trovato nella voce di Enrico Ghirelli qualcosa di coinvolgente, anche se non mi sembra il miglior scrittore di linee melodiche del pianeta....

Anche il lavoro dei chitarristi Luca Occhi e Matia Catozzi è ben strutturato e aperto a soluzioni non sempre troppo prevedibili, con poche cadute di tono.

La sezione ritmica di Andrea Rambelli (basso) e di Marcello Danieli (batteria) segue a ruota con meriti propri.

I brani sono piuttosto diversificati come impone la scelta di un gruppo non ottuso, non troppo originali, innovativi o coraggiosi, ma comunque ben strutturati ed eseguiti, con punte di un certo livello.....

Sarà perché è anche il nome di uno dei più grandi gruppi power metal "evoluto" del pianeta, ma il mio pezzo preferito è quello intitolato "Pharaoh", il più sintetico nell'esporre l'anima power e quella melodica degli Stealth in una manciata di (ottimi) minuti.

Il resto rientra nei gusti personali di chi ascolta, negli stati d'animo e in tutte le facezie di turno... L'unica cosa oggettiva è la buona resa formale di questo CD, al di là dei limiti di esperienza e ispirazione dei suoi artefici.

Mi fermo qui, ricordandomi, e ricordandovi, di essermi divertito ad ascoltare "Shores of Hope", cosa che mi capita, recentemente, una volta su 72 ....

(STEFANO CODERONI)


BASTARDOGS -- NO PAIN NO GAIN (CD, Street Symphonies Records, 2013)

Lo ammetto, trovo il nome veramente carino... I liguri Bastardogs, sotto questo punto di vista,si distinguono.

Le scelte musicali, che mi sembra contino qualcosina in più, invece non si discostano da uno scontato sleaze metal, senza fronzoli ma nemmeno prospettive.

Mi spiego: i Bastardogs hanno prodotto un esordio gradevolissimo per chi non si aspetta nient'altro che sbattere la testa per circa tre quarti d'ora e dimenticarsi momentaneamente degli affanni della giornata.

Le citazioni WASP / L.A. Guns /Motley Crue etc. sono sciorinate in quantitativi industriali, e personalmente non trovo niente di male in tutto ciò ......

Ho dei dubbi invece sull'effettiva capacità dei Bastardogs a gestire la propria energia; il gruppo scrive brani che partono in quarta e finiscono in quarta, monolitici nella loro prevedibilità e poco malleabili sul piano dell'arrangiamento minimale.

Uno di quei gruppi associabili alle pentole a pressione, e lo scrivo senza ironia e col massimo del rispetto; tutta energia compressa che aspetta di essere liberata, e non importa in che direzione....

Personalmente, oltre al sesso, non trovo eccitante niente che sappia già come va a finire prima ancora di iniziare, e la proposta dei pur grintosi Bastardogs rientra in questa categoria.

I loro brani sono divertenti, discretamente suonati e sporchi al punto giusto per il loro genere senza compromessi, ma a mio parere anche nelle pagine più rozze qualche virgola bisogna pur metterla.....

Spero che non cambieranno il loro nome per nessuna ragione.


(STEFANO CODERONI)



REESE - Under the carpet (mini cd, autoproduzione, 2013)

"Sotto il tappeto" si trovano talvolta cose che si pensava perdute o dimenticate. Cose piccole intendo, apparentemente insignificanti ma che possono risvegliare ricordi ad esse collegati ..... lo sconcerto di un attimo, niente di più.

Di sorprese questo terzo mini cd dei vicentini Reese ne riserva parecchie... prima di tutto, la band è coraggiosa, e questo già da sé basterebbe a distinguerla da tante altre del tutto inutili. Coraggiosa perché segue delle traiettorie stilistiche atipiche, aperte alla contaminazione palese e sempre in bilico, sul precipizio fatale.

Non è esattamente "alternative rock" quello che suonano, perché è un "non-stile" che fa intendere tutto e nulla, indistintamente.

Le venature progressive sono esplicite e non intese in senso di divagazione in tema d'arrangiamento,ma strutturali, incastonate a tal punto da confondere il quadro con la cornice. Altra sorpresa: gli arrangiamenti sono piuttosto imprevedibili, e non è roba da poco, ora e mai.

Sì, ritengo i Reese un gruppo tecnicamente competente e, ripeto, coraggioso.

Coraggioso perché la loro proposta ibrida può scontentare la moltitudine di ascoltatori che prediligono le scelte preordinate prive di qualsivoglia sorpresa, e al tempo stesso potrebbero non intercettare le aspettative banali dei progsters "puristi" a tutti i costi, ovvero la frangia talebana degli ascoltatori con la puzza sotto il naso. Coraggiosi, e probabilmente consapevoli, che il loro stile è ben oltre le coordinate dell' "alternative" di nome ma non di fatto.

Sotto questo tappeto abbiamo trovato vecchie reminiscenze, rivissute in ambiti nuovi.

Non abbiamo trovato la summa della creatività, ma nemmeno lo sbadiglio di chi già conosce la canzone prima di ascoltarla.


(STEFANO CODERONI)




WICKED STARRR - PIECE OF CAKE (cd autoprodotto in 100 copie, 2014)

Le tre "erre" del nome non sono un errore o un refuso di stampa.

È una scelta necessaria perché esistono altri gruppi con più anni e meno erre.... è una scelta necessaria per distinguersi da altre band che suonano un genere simile.... è una scelta necessaria perché per vivere a Roma suonando glam rock bisogna pur inventarsi qualcosa......

Il glam rock, e le sue diramazioni metal (sleazy, street, hair, etc. …) è storicamente il genere più disimpegnato ed edonista del rock; poco sofisticato per indole e natura e istintivamente ottimista e pragmatico, è stato per tanti anni un veicolo ideale per sconfiggere la noia per milioni di teen-agers e vecchi che non vogliono invecchiare, e una straordinaria valvola di sfogo per tanta gente costretta ad una quotidianità repellente in cui il sogno, fantasia e ambizioni sono a stento concesse....

Trovo una coincidenza piuttosto curiosa che questo stile sia tornato di moda proprio adesso, in questo periodo crudele che mutila speranze e annienta certezze a grandi e piccini senza reticenze, democraticamente spietato. Non è ai posteri che spetta "l'ardua sentenza", ma magari ai tanti attuali bloggers segaioli che contribuiscono al quadro generale di depressione.

I Wicked Starrr con le erre eccessive combattono la noia dell'oggi sempre uguale a sé stesso canzonando e canzonandosi, accentuando l'ironia nei testi e ridendo anche di sé stessi e del compito incongruo di provare a vivere di musica da wild parties, hungry boulevards in un paese ridotto artisticamente allo scempio. Ma i Wicked Starrr lo sanno e sono un gruppo consapevole, sono seri e niente affatto seriosi, suonano benino, sanno intrattenere e strappano un sorriso....

Vivere a Roma e cantare la California... o sei scemo o giochi.

Tra i pezzi, tutti dalle innumerevoli e scontate influenze, a mio parere spiccano l'autoreferente "Neighbourhood Superstar" dal refrain seriamente "catchy" e vero manifesto di un certo modo di pensare , "Red Light Paradise" e sopratutto "Gang of Wolfes", più canonicamente hard rock senza eccessive appendici stilistiche.

Le sceneggiate del look eccessivo, degli ammiccamenti sexy espliciti e delle comparsate del tutto inutili da parte di musicisti esterni fanno parte del pacchetto, e vanno prese per quello che sono... just for fun.

Ho un sospetto mica da ridere... mi sembra che dietro queste divertenti canzoni che animano "Piece of Cake", esordio di questo quartetto romano, ci sia un gruppo più preparato di tanti altre bands di sedicenti stars con più o meno le stesse "erre" ma con etti di cervello in meno.

(STEFANO CODERONI)





LIPSTICK - URBAN LEGENDS CITY VAMPIRES (CD autoprodotto, 300 copie, 2014)

Ad infoltire il numero delle bands che recentemente stanno dando nuova linfa ed entusiasmo alla scena stereet/sleazy/glam metal romana ci sono anche questi Lipstick, che vantano nell'organico ex elementi di bands come Eazy Vice e Rainspawn.

Nati nella primavera del 2013, hanno bruciato le tappe e hanno già partecipato a diversi eventi e ora si autoproducono questo cd di quattro brani.

Possono essere considerati fra le leve più propriamente "metal" del loro genere, in quanto abili a far convivere rossetti, atteggiamenti da stars "wannabe" e attitudine fracassona e frivolezze varie con sane e robuste bordate di metal sanguigno, come i migliori gruppi degli anni 80 hanno insegnato.

Fra le loro influenze non bisogna a tutti i costi cercare e trovare i soliti Guns'n'Roses, Skid Row o L.A. Guns, ma anche riferimenti non troppo velati ad alcuni "losers" della scena underground americana …

I fans sfegatati di gente come Tuff Luck, Liquid Mirror, Witch et similia si ecciteranno all'ascolto del primo parto ufficiale dei Lipstick, pretenderanno di trovare analogie di questo riff o di quel refrain in chissà quanti vecchi LP in vinile degli anni che furono, e avranno ragione tutti e avranno torto tutti.....

In realtà le quattro tracce di "Urban Legends ...." convincono in quanto assecondano un gusto che non precedono, e si fanno ascoltare da chi già sa dove e come un gruppo si muove, musicalmente parlando, seguendo un canovaccio scontato e bello in quanto tale.

Poco artisti, ma interpreti convincenti, i Lipstick suonano heavy nel senso più grezzo del termine, ma cosi si deve fare in certe aree stilistiche. Il cantante ha uno stile sfrontato ed eccessivo come vuole la logica e la tradizione, e non sarò io a storcere il naso di fronte a qualche sbavatura....

Tra i quattro pezzi, la conclusiva "Shake it up" vale da sola il prezzo del biglietto, grazie anche ad un riff sospettosamente bello per non pensare a qualche "influenza" più o meno inconsapevole.... e mi fermo qui.

Fra i più "tosti" del lotto dei gruppi della rinascita del genere Glam in Italia, i Lipstick non hanno timore ad inserire alcune scelte stilistiche più affini a un certo "British style" più canonicamente metal piuttosto che indulgere in troppe frivolezze da perverse icone dell'hairspray americano degli anni 80, e la combinazione mi sembra parzialmente ben riuscita.

E poi è solo il primo lavoro, e io mi sento buono oggi.... mi sono divertito ad ascoltarli, e questo e ciò che conta.

La filosofia non alberga qui, il recensore brizzolato e grifagno si occupi pure di progressive d'accatto...

(STEFANO CODERONI)





STEEL AGE - same (demo cd autoprodotto, 2013)

I romani STEEL AGE infoltiscono la nutrita schiera di epigoni della compianta era dell'heavy/epic metal di stretta osservanza eighties, e ancora una volta il dogma della "purezza" dell'"acciaio che fu" è ribadito senza esitazioni.

La distanza fra gli Steel Age e molti loro fratelli d'armi è segnata dalla maggiore disposizione della band a riflettere sulla scrittura dei brani; invece che inoltrarsi nei cunicoli bui di riffs ripetuti ad oltranza, nei tre pezzi di questo Demo il gruppo romano inietta dosi sapienti di misura e gusto melodico, scrivendo pezzi piuttosto catchy senza essere affatto immediati o scontati.

L'apporto di un cantante istrionico quanto basta come Gianluca Sbarbati (ex Ivory Moon) è fondamentale quando il brano richiede un maggiore bilanciamento fra l'interpretazione emotiva e la fruibilità immediata (come nell'highlight del demo, il brano "Count Orlok", pezzo che non tutti saprebbero scrivere....).

Accennando alle incertezze esecutive di una band all'esordio,composta da elementi tecnicamente tutt'altro che virtuosi,il risultato mi sembra decisamente incoraggiante.Se il gruppo evitasse di citare come punti di riferimento del proprio stile gente del calibro di Queensryche, Mercyful Fate etc. farebbe un favore a sé stesso.

E' proprio la maggior sobrietà tecnica (per necessità e non per scelta ....) rispetto a tali colossi che induce gli Steel Age a trovare quella che ritengo la loro arma migliore: la struttura compositiva scevra da eccessive sofisticazioni strumentali.

E' proprio la costruzione dosata, quasi "cinematografica" delle loro composizioni che li rende validi eredi di una tradizione metal d'alto lignaggio,in modo particolare l'oggettiva capacità di alternare le parti strumentali con le melodie vocali che, al di là del gusto soggettivo e della timbrica del cantante, stanno in piedi da sole.

Gli Steel Age hanno trovato un equilibrio fra la tentazione di scrivere degli "anthems" metal scontati e l'ambizione di produrre suggestioni epiche di largo respiro e di profonda emotività... per ora si trovano a metà strada, un posto che per molti è il più giusto e, forse, l'unico.


(STEFANO CODERONI)



GAE BOLGA---VIOLENT METALSTORM (CD EMANES METAL RECORDS 2011)

Ennesimo gruppo Thrash metal, questa volta dal Belgio, alla prima prova sulla lunga distanza, dopo un mini CD ufficiale.

Il nome Gae Bolga è già piuttosto conosciuto fra coloro che seguono indistintamente la scena thrash underground europea, senza curarsi troppo dell'effettiva qualità di molte bands.

Il quartetto belga è piuttosto competente nel riprodurre senza eccessiva fantasia le regole auree del thrash storico degli anni '80; suona abbastanza bene ed è coeso quanto basta.

Dico subito che "Violent Metalstorm" è un CD che sicuramente può intercettare i gusti dei thrashers più puri, quelli che osservano la disciplina dell'headbangin' prima e oltre ogni altra cosa.

Tuttavia devo confessare che il motto a cui anche questi Gae Bolga si accordano, ovvero lo sfruttatissimo "no compromise" personalmente comincia ad annoiarmi, in quanto trovo che dietro certi manifesti d'intenti si nasconda spesso una imbarazzante mancanza d'idee; talvolta certi slogans mi ricordano i classici tappeti sotto i quali si nasconde la polvere, e solo quella.

Ascoltando la pletora delle recenti releases di thrash'n'speed dei gruppi di ultima generazione mi sono fatto un'idea precisa circa il perché tanti musicisti abbiano scelto di avventarsi sulla carcassa dello storico thrash anni '80, tentando solo di riprodurlo senza rileggerlo in chiave critica e creativa...

Sarebbe più difficile, moooolto più difficile scrivere dei pezzi originali o scrivere un riff nuovo che sia uno .... uno solo; ma questa era materia e competenza di quei gruppi che il thrash l'hanno creato e che, reunion penose a parte, non tornano più.

Come non torna più quel decennio di vera follia metallica, nonostante gli sforzi dei pur volenterosi Gae Bolga, tanto per citare ....



(STEFANO CODERONI)





NEROCAPRA- VOX INFERI (CD, FOAD RECORDS 2011)


Sono piemontesi, all'esordio ufficiale dopo un demo, hanno scelto un nome non memorabile ma memorizzabile.

Suonano un ibrido fra il primitivo black metal degli anni 80 e una variante brutale e destabilizzante di Death metal con accenti morbosi.

Detta così, sembra un gruppo a metà strada fra primi Celtic Frost, Morbid Angel e Brutal Truth, ma queste sono solo coordinate inutili.

La realtà è che i NEROCAPRA non sono "allineati" a nessuna corrente ben precisa, pur conservando un'impronta di infermità musicale ben piantata nelle selve più putride e verminose della scena black-death primitiva.

Prestano orecchio a tutto ciò che "suona" brutale ma "pensa" musicalmente, e rileggono le sbavature più alternative di un genere troppo spesso canonico e manierato, fatto più di prassi e clichés che di reali intenti artistici.

Delle tredici tracce di questa "voce dell'inferno" sono le prime ad accedere troppo dappresso ad uno stile canonico che il trio piemontese nel complesso del proprio approccio tende ad eludere, e se fosse per i primi 4/5 pezzi i NEROCAPRA avrebbero solo in parte dimostrato il proprio valore.

"Vox inferi" invece cresce di intensità macabra con lo scorrere dei minuti, e l'abbinamento fra parole e musica di "Gabbia di contenzione" e "Mezzouomo" (fra le altre) convincono e inducono ad un ascolto non superficiale.

Il suono del gruppo è rivolto al disagio, all'impertinenza di progressioni d'accordi che snervano prima di colpire il fisico, e mi sembra che ci sia una pillola di sapienza in alcuni passaggi che potrebbero essere considerati solo "grezzi" dopo un primo ascolto.

Parlare di "sperimentazione" in un contesto simile è una stronzata dalla quale mi astengo... però mi preme sottolineare lo sforzo dei NEROCAPRA di trovare un equilibrio tra sonorità sofferte e "conservatrici" e libertà di sciogliere a piacimento canovacci espressivi logori e abusati.

Per chi scrive, il ritorno a sonorità basilari ed "antiche" in certi contesti metal non è un dogma, perlomeno per chi ha vero talento. Per gli altri, non esistono scelte,e si devono limitare a suonare loro stessi, ovvero il nulla.

Tuttavia, i Nerocapra ci offrono una alternativa: il loro è un buon esempio di come si possa essere creativi senza essere necessariamente innovativi; la loro lama affonda là dove il taglio è stato già fatto, e fino all'osso; eppure c'è del metodo non scontato nell'infliggere certe ferite.

Senza voler essere preso troppo sul serio, definirei una "non-categoria", quella dei Nerocapra.. una creatura musicale trasversale, reazionaria ma non becera, in progressione a dispetto dei paletti fra cui è imprigionata; libera nel recinto.

Nessuna contraddizione, se si sa leggere fra le righe.

Non scommetterei sulle prossime mosse del trio piemontese, poich i loro passi potrebbero seguire percorsi imprevedibili.

Ma ci faremo trovare, comunque e dovunque.


(STEFANO CODERONI)



MACROSCREAM - Sisyphus (CD, autoproduzione 2011)


I Macroscream sono un nuovo gruppo progressive italiano.

L'ennesimo.

Essendo il bassista /cantante Alessandro Patierno l'unico compositore di tutti i brani, presumibilmente è a lui che vanno rivolti plausi e critiche relativi a questo "Sisyphus".

Il CD ha tutti i clichés del progressive, a cominciare dalla quasi insostenibile lunghezza del primo brano, la titletrack, che con i suoi 25 minuti provoca alcuni cali di tensione nel gruppo, e nell'ascoltatore.

La musica dei Macroscream riflette l'approccio di gruppi molto colti dell'epopea del progressive storico inglese, in modo particolare alcune partiture tessute fra basso e violino riecheggiano alla lontana i Gentle Giant più residuali, sebbene la faretra del gruppo si avvalga di altre frecce altrettanto insidiose.

Manca però al valente Patierno la sintesi degli Shulman, e le smanie protagonistiche del suo basso risultano a tratti eccessive.

Il sound dei Macroscream è colto, impegnato, dai tratti insondabili, ma con una profonda inclinazione a confondere temi e metriche musicali, con l'unico effetto di non sviluppare compiutamente le frequenti intuizioni vincenti.

Il giochino, molto autocompiacente, di Patierno di stordire l'ascoltatore con ricercati (e talvolta inutili) "time signatures" mi sembra solo un modo per nascondere l'effettivo spessore di composizioni meno sofisticate di quanto possano sembrare ad un primo ascolto.

Poi, per chi scrive , il difetto maggiore del Cd risiede nelle parti cantate.

Se al posto di validi "partners" tenuti al guinzaglio come il chitarrista, a cui si concede troppo poco, l'autore di "Sisyphus" si fosse avvalso di un cantante con una timbrica ed una tecnica degna di questo nome, il Cd avrebbe tutt'altra valutazione. Patierno, si sente, è un musicista non comune con una creatività non banale, e per questo a musicisti come lui si deve chiedere di più.

Cominciando con una buona dose d'umiltà: cantare non significa essere dei cantanti... cantanti veri intendo....

Personalmente sono stufo di ascoltare le nenie di musicisti incapaci di tenere a freno le proprie "urgenze comunicative" (come le chiamano loro), che vogliono cantare per forza anche a dispetto della loro timbrica sgradevole e della loro tecnica assolutamente limitata. Dico tutto ciò col massimo rispetto per musicisti che studiano e si impegnano a suonare una musica colta ed intelligente, almeno nelle intenzioni.

Ma non mi va di sbadigliare almeno 20 volte durante l'ascolto di un Cd, e quando questo succede mi dispiace.

Mi piacerebbe ascoltare qualche composizione "collettiva" del gruppo, poiché sono convinto che la potenzialità dei Macroscream , come "gruppo", sia ben lungi dall'essersi svelata.



(STEFANO CODERONI)




UTOPIA- ICE AND KNIVES (CD, ANTEO RECORDS 2010)


No, no.... Todd Rundgren e soci non c'entrano niente...."Questi" Utopia sono un nuovo gruppo che ha completamente ciccato l'occasione di scegliersi un nome più originale.

Ma non hanno sbagliato quasi niente nel registrare questo "Ice and Knives"; è solo per questo che ne parlo adesso anche se il cd è uscito quasi due anni fa.... Per quanto ne so, il cd in questione è stato stampato in appena 500 copie, e la sua prima tiratura non è ancora esaurita.

Visto (e ascoltato) il valore del prodotto, mi chiedo quali sonni beati stanno facendo i cosidetti seguaci del prog-metal.

Perché di prog -metal si tratta, e non di quello più residuale e autocompiacente, a tal punto che potrebbe, a ragione, interessare una fascia ben più ampia di ascoltatori, pur non concedendo niente all'easy-listening.

A dire il vero l'inizio stordente dell'opener della title track mi ha immediatamente suggerito l'idea di trovarmi al cospetto dei soliti strumentisti funamboli che aprono la coda e mostrano i muscoli prima di pensare all'assetto compositivo... Un tipo di approccio che detesto, sopratutto in molti pavoncelli dell'ultima ora.... Ma mi sono dovuto ricredere minuto per minuto, e l'intero ascolto di "Ice and Knives" mi ha fatto scoprire un manipolo di musicisti ben svezzati, in possesso, oltre che di indiscutibili attributi tecnico/esecutivi, di una visione ampia dell'intero spettro sonoro del rock, in tutte le sue forme.

Il Dream Theater-sound è un tributo necessario da pagare per questo genere, ma i capitolini non si piegano ad una clonazione forzata, e abbracciano l'approccio e le timbriche di altri universi stilistici paralleli, per quanto distanti, come la fusion, il progressive che più progressive non si può e la strategia adottata nell'arte compositiva più sintetica di colossi del song-writing "de luxe" tanto cara ai seguaci del miglior AOR meno mellifluo e più "rockettaro".

L'Utopia-sound non brilla di eccessiva originalità, ma in quanto a poliedricità e vastità di citazioni stilistiche, non è secondo a nessuno.

Per semplificare le cose, immaginate un canonico gruppo alla Dream Theater che rimescola le carte aggiungendo i Toto, la fusion più tecnica, venature anomale per il genere (da sballo l'inserto tastieristico sul finale di "The Flood", che lambisce territori Canterburyani,....), e richiami a gruppi come Steve Morse Band, Dixie Dregs senza violino, timbriche a tratti old-fashioned e tratti moderne, senza tracimare in una o l'altra direzione.

Gli inserti strumentali, lasciatemelo dire, sono fra i più riusciti che ho sentito da anni in questo settore, senza togliere niente all'ottimo cantante Riccardo Fenaroli e alla sua matura performance; ma le timbriche e l'approccio "straniante" di alcuni interventi tastieristici e chitarristici della coppia Antonelli-Venza sono da antologia-underground.... Nel peggiore dei casi, rievocano in modo sublime le scorribande tanto inutili quanto deliziose dei primissimi Dream Theater, che sapevano scrivere brani memorabili incastonandoci masturbazioni strumentali a cui ci siamo accordati un po' tutti, pudichi e meno pudichi.....

Non è tutto perfetto in "Ice and Knives", infatti alcuni brani risentono di arrangiamenti perfezionabili (Walk alone, con una percussività un filo invadente e, come si dice in gergo, "caricata a manovella"...) e "Blue", uno slow d'atmosfera bello ma prevedibile e manieristico.

Gli "highlights" a mio avviso, oltre la già citata "The Flood", sono "City Lights" e "Your Next Wish", in cui l'amalgama delle parti strumentali con l'arrangiamento e il corpo melodico/vocale sembra funzionare meglio, con vertici di ottimo livello e "respiro internazionale", e non è per dire.....

Last but not least, l'immancabile cover che di solito viene immancabilmente fallita in lavori di questo genere, in questo caso funziona, e funziona bene.

Addirittura "Bad" di Michael Jackson, riprodotta e rivitalizzata in maniera sorprendente, a tal punto da renderla simpatica anche ad un pubblico notoriamente scettico (o ostile) a certe sonorità e certi performers.

Di solito le cover o sono troppo aderenti all'originale (risultando per forza di cose minori rispetto all'originale) o vengono "rilette", o per meglio dire, stravolte, senza rispettarne la natura... In questo caso gli Utopia hanno mantenuto una notevole equilibrio fra i rischi opposti, e sono rimasti in bilico, sospesi sulla fune, senza precipitare.

Se fra due anni gireranno ancora copie invendute di questo ottimo CD, mi incazzo.




(STEFANO CODERONI)






SATANIKA -METAL POSSESSION (CD, IRON SHIELD RECORDS 2001)

Ci risiamo.

I Satanika hanno un ritmo produttivo più simile ad una pubblicazione settimanale che a un gruppo rock.

In poco più di due anni, sono già titolari di un full-lenght (stampato in CD e LP) e una scorta di demo/EP/raccolta di EPs/cassette etc. da riempirci un armadietto dei medicinali. Sì, perché pochi gruppi sanno procurare mal di testa come i Satanika e, visto il genere che suonano , questo va inteso come un complimento.

Negli ambienti del thrash più nostalgico degli anni 80 e solo di quelli, il quartetto romano capitanato dalla coppia storica Pervertor alla voce e Barren alla chitarra, è riuscito a bruciare le tappe e ad imporsi come uno degli acts più promettenti.

L'abbinamento visuale alla loro musica fatto di squarci iconografici della tradizione dei "cult movies" dell'horror o dello "psycho-thriller" più splatteroso è una scelta non originale ma azzeccatissima. Ma, pensandoci bene, niente e proprio niente dei Satanika è originale o innovativo, in quanto il gruppo ostenta la più orgogliosa appartenenza al fenomeno del metal più conservatore, e assolutamente "scettico" (per non dire di peggio...) nei confronti dei nuovi corsi stilistici del metal "moderno" in tutte le sue forme.

Questo "Metal Possession " è basato su cinque nuovissime composizioni inedite, più una decina di bonus tracks che rappresentano una sorta di "best of" degli esauritissimi primi EP prodotti dalla band; alcuni pezzi si avvalgono della collaborazione del tellurico Tormentor dei Desaster dietro i tamburi e del cantante degli storici thrashers inglesi Acid Reign Howard Smith.

Gustosa anche la cover dei Metalucifer "Heavy Metal Bulldozer" (titolino esplicativo, no?) con cui il gruppo romano ha partecipato ad un tributo ad essi dedicato.

Da notare, nel brano inedito "Nuclear Grave" la presenza della cantante ospite Lena, dei deathsters bielorussi Sol Mortem, ennesima "gentlewoman"dall'impostazione soffice soffice... un usignuolo dall'anima candida e dal fiato lieve....da condurre all'altare.

"Metal Possession", che si avvale di un bellissimo artwork, non aggiunge né toglie nulla a quanto già si sa dei Satanika: le riproposizioni di temi e impulsi sonici alla Kreator, Razor, Whiplash, Desaster, Massacre, Piledriver, Necrophagia et similia sono ancora tutti li, neanche troppo velati.

I Satanika rivendicano orgogliosamente le loro origini (che a dire il vero, affondano le radici nel black-thrash) e omaggiano spudoratamente i loro ispiratori ed idoli. Ma lo fanno particolarmente bene, e l'enfasi deragliante di alcuni riffs di Barren è da applausi a scena aperta.

Se vi perdete questo "Metal Possession" non vi preoccupate.... Sicuramente entro qualche settimana usciranno altri episodi... Tutti uguali, tutti belli.

Il concetto di "inflazione" non li sfiora affatto.

I Satanika, come gli eroi dei loro films preferiti, sono "seriali".




(STEFANO CODERONI)





SEVENTH WILL--ORDINARY LI(F)E (CD, AUTOPRODUZIONE, 2010)

I Seventh Will sono romani e suonano progressive; ergo dovrebbero essere "figli" della tradizione del Progressive italiano dei Seventies....

Niente di più sbagliato.

Non sono figli, ma nipoti... e per fortuna, aggiungo io.

Hanno imparato a seguire gli sviluppi, spesso imprevedibili, che trenta anni di rock "moderno" hanno segnato,imparentandosi con forme più trasversali di psichedelia, jazz, metal e quant'altro. Non si sono impantanati nella riproduzione demodé priva di scopo artistico che troppi loro colleghi suonano senza personalità né prospettiva storica...

Sia chiaro: il Progressive "italiano" lo conoscono … lo guardano da lontano, talvolta si avvicinano e lo annusano; ci giocano un po', annettendolo ad un gioco di rimandi musicali molto più vario e vasto quale è il loro stile di "sintesi", ma lo alterano, lo rileggono in chiave diversa , gli soffiano aria nei polmoni (o dove volete voi) e gli restituiscono respiro ....

In "Ordinary Li(f)e" non ci si trastulla con la nostalgia ... per questo, rendo grazia agli dei. La sintesi musicale sopracitata è lo scopo primario dei Seventh Will, in particolar modo l'accostamento fluido, non forzato, tra il non-linguaggio del progressive e l'aspetto visionario della Psichedelia meno effettistica. Impresa che farebbe tremare i polsi ad un sollevatore di pesi.

Da non crederci, l'esperimento è piuttosto riuscito.

Dico "piuttosto" perché non posso tacere sull'eccesso di effetti sonori e di parti prolisse a cui ci sottopongono i Seventh Will nei loro momenti più cerebrali e stordenti, dove dimostrano di aver capito più di Prog che di Psichedelia. Mi spiego: la loro anima psichedelica sfugge la costrizione "vintage" del termine, infittendo spunti del retaggio di altre realtà musicali meno oziosamente "retrò"... Non sempre però la semplice costruzione "libera" sfugge all' "effetto noia"che stringe le parti intime quando i pezzi si allungano e il brodo si raffredda.

Il difetto è in buona misura ascrivibile alla stesso tema trattato in "Ordinary Li(f)e", ovvero il disturbo di personalità (personalità multipla), tema che sembra essere il canovaccio adatto ad un trattamento musicale di "contrasti", di note indisciplinate e di voci sovrapposte. Lo sviluppo "logico"e canonico, in termini musicali, non sarebbe in linea con i riverberi caotici che le incertezze interiori, da sole, sanno offrire a grappoli.

Questo, a mio avviso, l'unico neo di un disco notevole, suonato da ottimi esecutori e musicisti che pensano prima di suonare, arrangiano come pochi e che possiedono una mollichina di personalità, ora che pare si sia perso il significato del termine. "Ordinary Li(f)e", se durasse un quarto d'ora in meno, sarebbe un mezzo capolavoro.

Certa sintesi è raggiunta solo in parte. C'è altro da scalare, e qualche taglio da fare.

Per ora, un abbozzo di capolavoro.

Un abbozzo imponente.

Ultima considerazione sui Seventh Will su cui è lecito riflettere e spendere due parole è la presenza in formazione di un cantante vero. No, non uno dei soliti imbalsamati sedicenti poeti, ampollosi, recitanti e non cantanti. Un cantante che canta tecnicamente e sa interpretare il ruolo di "interprete", se mi si passa la forzatura dialettica.

Una voce che respira, quella di Luca Guidobaldi, trasmette emozioni, talvolta si compiace troppo di sé stessa, si mira e rimira nello stagno, talvolta fa la prima donna come nelle migliori/peggiori tradizioni di tanta musica narcisistica. Ma lo perdono, non perché ne abbia facoltà, ma perché è una facoltà che mi prendo da solo ....

Che dire, è uno che canta davvero, si diverte a farlo e lo trasmette a chi ascolta, con notevole estensione vocale e ottima tecnica. Ed è uno che cerca (e talvolta trova...) soluzioni canore non propriamente banali o dejà vu. Tutte caratteristiche queste, che in certi ambienti Prog o neo Prog gli basterebbero per ottenere un mezzo busto al valore.

Insomma, come si diceva una volta: un singer... Stavolta niente farlocchi sedicenti poeti in cashmere e puzza sotto il naso davanti ad un microfono.

Di questa gente ne ho pieni gli zebedei, e i miei sono, notoriamente, capienti....


(STEFANO CODERONI)



WITCHUNTER-- ALIVE IN EUROPE! (45" EP, IRON BONHEAD/BLASPHEMOUS ART 2011)

Addirittura un EP dal vivo. Esclusivamente in vinile, come quelli di una volta.

Ma una volta i dischi venivano fatti per venderli, adesso sembra invece un vezzo di collezionisti che si spacciano da discografici per fare cambi con loro simili.

Niente di male, va detto, ma in questo modo qualsiasi sfigato incide dischi, e non viene ovviamente mai pagato. Un mondo di dilettanti, insomma, anche se alcuni di loro sono molto, ma molto bravi, e meriterebbero di essere trattati da professionisti.

I Witchunter sono fra i migliori rappresentanti italiani della corrente più tradizionalista dell'Heavy Metal "anni 80", rigorosamente in "denim and leather", e se si deve parlare (o scrivere...) di "dilettanti" in costante ascesa, e attentissimi anche ai particolari più significativi per una vera e propria clonazione iconografica (vedi il look....), si deve citarli, e bene, per forza.

Hanno iniziato in punta di piedi, e in un paio d'anni hanno bruciato tappe , seguito buoni consigli e fatto proseliti e possono già vantare un'attività dal vivo tutt'altro che trascurabile, in Italia e all'estero.

Questo 45 giri ne è prova, contiene due pezzi del loro repertorio e una cover di "Shellshock" dei Tank, una delle loro maggiori fonti d'ispirazione assieme ad altri gruppi della N.W.O.B.H.M. Dal vivo possono vantare uno "stage act" di primo livello, già dall'immagine e dalla presenza scenica del loro cantante, che non sarà certo un usignolo ma su un palco fa la sua figura.

Molto, molto meglio di panzoni attenti solo a salire sul palco semi-sbronzi e che se ne fregano non tanto dell'immagine, ma del pubblico che paga, adducendo come spiegazione solo la solita misera tiritera della cosidetta "attitudine".

Probabilmente perché questo tipo di attitudine sbracona è la più semplice da seguire da gente che a malapena rispetta se stessa.

Preferisco mille volte i Witchunter, che, beninteso, non sono stinchi di santo, ma che almeno, oltre a studiare i propri strumenti, spendono due denari per qualche abito "da scena" da indossare quando salgono su un palco.

Sono consapevole che non sarà solo questo motivo a distinguere un gruppo con attitudine professionale da uno privo di scopo, ma almeno noto una certa buona volontà ..... Forse è l'età, il rincoglionimento o peggio, ma ho le palle piene di gente che rutta nel microfono in canottiera e in pantaloncini da cartoni animati, mi intristiscono oltre misura le solite ascelle al plutonio di tante rockstars "wannabe" senza capacità né ritegno.

In sintesi: I Witchunter non sono, e a mio parere, non saranno mai, fra i migliori gruppi di "genere" in questo pianeta, ma sono in ascesa costante e progrediscono, e vederli suonare è quasi meglio che ascoltarne i dischi e basta. Stessa cosa non si può dire di molti loro colleghi, giovani o meno giovani, che imbarazzano l'occhio prima dell'orecchio.

Se qualcuno si sente tirato in ballo, sappia che non ho fatto nessuna fatica.


(STEFANO CODERONI)



MARIO COTTARELLI- UNA STRANA COMMEDIA (CD, NEW LM RECORDS, 2011)

Mi sono già occupato di Mario Cottarelli, o meglio, del suo precedente CD "Prodigiosa Macchina", e non è stato tempo sprecato. Ho già detto che quest'uomo sfiora il talento vero, ne lambisce pericolosamente i bordi, e ne esce intatto.

Ascoltando questa "Strana Commedia" (come la chiama lui) lo ripeto, e ne ribadisco i motivi.

Fondamentali, per distinguere questo musicista dalla massa, due "sciocchezze" piccine piccine:

1) conosce il pentagramma come pochi

2) suona se stesso, non clona né ripete...al massimo rielabora con sapienza e mestiere.

Già, il mestiere.... Cottarelli ne ha scorte notevoli, essendo partito dalla stagione d'oro del Progressive Italiano fino a giungere ai compromessi "alimentari" della Dance Music.... ma bisogna pur campare,oltre che divertirsi.

Una strana commedia questo CD, fatto quasi esclusivamente da brani scritti eoni fa, ma rielaborati recentemente con una perizia tecnica da manuale.

Cottarelli, volgarmente parlando, se la suona e se la canta, suonandosela bene e cantandosela un po' peggio, e capitalizza al meglio le capacità transitive delle moderne tecniche di registrazione low cost, "home recording" o fate un po' voi..... Ciò che conta è che ottiene suoni incredibili...forse troppo incredibili, e l'unico "difetto" del CD (attenzione alle virgolette...) è proprio un suono a tratti troppo sintetico per un genere come il progressive vero come questo.

Gia', alcuni fan /orfani dei vari Banco, Corte dei Miracoli, Sithonia, Errata Corrige, etc. etc., avranno da ridire sui suoni belli ma algidi di un progetto esclusivo come questo, che nega il termine "collaborazione" e ne fa un manifesto d'efficienza.

Ma negare, per queste ragioni, a Cottarelli il titolo di musicista con la M maiuscola (e pure qualche altra lettera, se mi posso permettere...), sarebbe negare l'evidenza.

In conclusione, ritengo Mario Cottarelli uno dei più bravi musicisti "prog" (in senso lato) in Italia, fra quelli meno conosciuti, e molto più bravo di molti "storici" tromboni invecchiati male.

E' uno dei pochi a trovare una sintesi fra talento musicale, intelletto e ironia.... In altre parole, è quasi originale....una specie di quadrifoglio trovato per caso tra note e meditazione.

E personalmente gli perdono anche quella voce gigiona dalla timbrica inusuale con la quale intona dei testi veramente interessanti, una volta tanto in grado di prendere per mano il cervello, e condurlo da qualche parte.

In un momento come quello attuale, che sembra protrarsi all'infinito, di mestizia intellettuale e di lobotomia creativa, dominato da mandrie di sedicenti talenti artistici a cui ogni guizzo di individualità è negato dalla genetica prima, e dall'ozio poi, una proposta come questa "Strana Commedia", pur con i suoi limiti strutturali, non va sottovalutata.

Sempre che siate in grado di accorgervene.


(STEFANO CODERONI)




IDEE CONFUSE- Demo-Inediti (CD DEMO)

Il tempo dei titoli originali e degli appellativi ad effetto mi sembra passato. Ed aggiungo, per fortuna.

Il gruppo romano di cui mi occupo in questo caso, ha deciso di chiamarsi "Idee confuse", "moniker" alquanto discutibile, a dire il minimo, ma che almeno ci dà l'indicazione certa di non trovarsi di fronte al canonico, ampolloso gruppo progressive prolisso nel verbo e acefalo nel concetto; questi cinque "ex" ragazzi professano una certa auto-ironia, almeno sul piano formale... Ringraziamo il cielo, e parte di quello che c'è sotto....

Musicalmente però il gruppo fa sul serio, e il Mini Cd Demo "di presentazione" si muove nei territori del Rock Progressivo ulteriormente contaminato da psichedelia e Metal, citando come esempi e idee-guida quelle di Porcupine Tree, Tool e Dream Theater.

Una tale sintesi sarebbe già un traguardo negato a musicisti di più lunga militanza, e le "Idee Confuse" riescono solo marginalmente nell'impresa, anche perché sprovvisti di una clamorosa tecnica strumentale.

Funzionano bene però le parti più "vissute" sul piano del coinvolgimento emotivo di "Metempsicosi" (Titolo oltraggiosamente "Prog"....), un brano in cui il gruppo riesce a sovrapporre strumenti "ad incastro" su una semplice parte tastieristica ripetuta praticamente per tutto il pezzo.

Qui il tastierista Silvano Finistauri riesce a capitalizzare al massimo il passaggio più ripetitivo, ma efficace, di tutto il lavoro; ma "Metempsicosi" è brano che dimostra come si possa lavorare su partiture "d'insieme" senza dare precedenza ed accento a nessuno strumento particolare...in questo le "Idee Confuse" sono un Gruppo, concettualmente parlando, e non una moltiplicazione di solisti, o prime donne isteriche, fate un po' voi....

L'iniziale "Le mani non mentono" e la conclusiva "In vain" hanno i loro momenti felici, ma la capacità di sintesi è più cercata che trovata.

Il cantante Carlo da Luz, principalmente in "In vain" fa il verso a La Brie, e la sua prova non è affatto disprezzabile, ben migliore di tanti afoni colleghi del prog tricolore.... Tuttavia manca ancora una completa simbiosi degli strumenti, ed alcuni passaggi di una certa intensità invece di decollare ansimano e soffiano a terra a causa di una certa legnosità esecutiva.... comunque,niente che non si possa migliorare con una produzione discografica più efficace.

In due parole, tutt'altro che banali nella concezione, ancora acerbi nello svolgimento.

Il loro Progressive è figlio dell'introspezione dei vecchi gloriosi tempi passati, vissuto però con il distacco di chi vive adesso e per adesso.

In questo, le "Idee Confuse" non esaltano, ma sicuramente "non mentono".



(STEFANO CODERONI)





SATANIKA - Satanik attak (LP, Iron Shield Records, 2011)

Mi ero già occupato di questi Satanika in occasione di un esplosivo mini cd autoprodotto..... Adepti intransigenti al verbo del puro Thrash metal ottantiano "sporcato" con attitudine "blackish" (alla Desaster, per intenderci...),il gruppo romano si era avvalso proprio della collaborazione del batterista dei tedeschi citati.

Ora, forti di un bellissimo artwork che non cattura affatto il clima della loro musica ma che li farà confondere inevitabilmente con la miriade di black metal bands derivative, i nostri Pervertor e Barren (ex Der Henker, Massemord, ed altro....), rispettivamente Voce e chitarra del progetto, si presentano al mondo con un LP d'esordio, a cui farà presto seguito lo stesso lavoro ma in formato Cd, con altra copertina e pubblicato da un'altra etichetta.

Il duo in questa occasione si è avvalso della collaborazione (non accreditata) del batterista Aeternus (già membro dei Lord Vampyr e Ade), assolutamente eccellente.
E' necessario premettere che è principalmente la parafernalia dell'universo del B-movie ad influenzare l'immaginario "tematico" dei Satanika, principalmente le derivazioni Gore o "sexploitation", già ampiamente trattate e rimasticate da gruppi di "genere" come Necrophagia e accoliti..... Il Black metal nella musica dei Satanika rimane solo un retaggio del loro passato o, al peggio, un riverbero di un nastro su cui si è già registrato....

I Satanika calano la scure all'istante, e ci si trova decollati già all'accenno dell'iniziale "Sodomize the nun", elegantissimo titolo per pruriginosi, imberbi metalheads dell'ultima ora. Il pezzo però, musically speaking, non ammette critiche....semplicemente devastante sopra e sotto la cintola.

Ancora più spaventosa la successiva "Atomic Curse", inno alla follia nucleare e chirurgica prova di destrezza distruttiva, con ritmi patologici che accennano alla scarnificazione, e sanno andare anche oltre..... I riffs deflagrano al momento stesso della loro concezione, ed evocano scenari post-apocalittici..... Roba da filmacci, dicevo.....

"Razor maniac" e "Fetish bitch cult" tengono fede ai loro titoli e sono pezzi meno compressi ritmicamente e, se mi si concede il termine, più "ragionati" nella struttura, comunque minimale.... Lo svolgimento è da manuale del tormento, anche se mi sembra che l'interpretazione vocale monodimensionale e manieristica tolga un'oncia al peso del risultato complessivo.... Più prevedibili, ma comunque letali....

La seconda, graziosissima e lieve seconda facciata dell'LP rimastica il corpo già martoriato del thrash più "blackish" in circolazione, mantenendo a livello di guardia l'attenzione dell'ascoltatore già ampiamente tramortito dagli episodi precedenti grazie anche ad alcune "bonus tracks" provenienti dai precedenti minicds/EP e una cover di "Madhouse" degli Anthrax.

Fondamentalmente una "riff band" (ma "da manuale"....), i Satanika non si distinguono per originalità e voglia di osare e tutto (ma proprio TUTTO) del loro stile conferma e congela una formula ferale e crudele nella sua ripetitività..... Tuttavia, certi pezzi di questo disco mostrano un insospettabile equilibrio fra brutalità, istintività omicida, e inclinazione a "ragionare" come il più ispirato fra gli psicopatici.

I Satanika non conoscono strategie, e come si dice dalle loro (nostre) parti, "MENANO" prima di parlare, ma se i colpi non vi rimbambiscono a dovere, capirete che dietro quelle mazzate c'è un cervello più guascone che perverso..... Non dimenticatevi che dietro i fendenti c'è una certa dose di indispensabile ironia, anche se è ironia servita al cianuro.

Se si eccettua la quasi totale assenza di parti di chitarra solista, "Satanik attak" non presenta limiti penalizzanti nel perimetro del genere, ma anzi si propone come uno dei dischi migliori usciti negli ultimi 2/3 anni; sicuramente Barren mi sembra uno dei chitarristi ritmici più forsennati in circolazione....praticamente un chirurgo pazzo, o per rimanere in tema, un autentico "mad-doctor"....

Se l'integralismo stilistico, la ripetitività e la mancanza di coraggio artistico sono essenziali alla riuscita di un grande gruppo di questo genere (e lo dico senza ironia, con il massimo rispetto), allora i Satanika andranno molto avanti, semplicemente rimanendo immobili.

E, se non ricordo male, i veri monumenti sono alquanto statici.



(STEFANO CODERONI)






BLACK THERAPY- Through this path (EP) (CD autoproduzione, 2010)

Definiti come una "melodic death metal band", i romani Black Therapy hanno altro da offrire.
In primis, l'entusiasmo dei giovani agli esordi, non ancora imbastardito da false illusioni e smodate ambizioni.E in seguito,un percorso artistico velocissimo ed implacabile, che li ha portati in appena un anno dalla loro formazione a pubblicare un cd autoprodotto di quattro pezzi che farebbe la gioia di altri ensembles ben più "blasonati".

"Through this path" è l'insieme di quattro brani che ammettono pochi rilievi,sia sul piano tecnico che strutturale.
Il quintetto è costituito dal cantante Giuseppe Massimiliano di Giorgio, dalla coppia di chitarristi-fondatori del gruppo Daniele Rizzo e Lorenzo "Kallo" Carlini,dal bassista Giulio Remoli e dal batterista Luca Soldati: cinque elementi che non solo hanno saputo digerire quanto di meglio la scena death (e ,in certa misura, black)internazionale ha offerto negli ultimi anni, ma riesce persino ad introdurre toniche dosi di metal classico, "melodico" solo nell'accezione più obliqua del termine...

Lo sforzo di sintesi fra melodia nera, potenza e, udite udite, ATMOSFERA (merce rara....), raggiunge inaspettate vette in brani come "The night is mine" e in "Chaos before the end".

L'approccio ondivago e cangiante di questi pezzi è possibile grazie, e forse principalmente, all'apporto del batterista Luca Soldati, a mio parere già maturo per una più vasta audience.

Ma il risultato complessivo risalta il lavoro di un gruppo nel suo insieme, ben coeso ed in grado, a differenza di troppe "riffs band", anche di "scrivere" dei pezzi che possano essere definiti tali.

I Black Therapy intercettano i gusti dei sostenitori del metal estremo ma non caotico e fine a se stesso, death o black che sia; sono privi dello stile scontato ma anche del guizzo del genio; per ora si limitano a scrivere pezzi a dir poco incisivi, con una buona dose di carattere e il "tiro" sonico giusto per il genere.....

Se in futuro personalità ed entusiasmo non si intralceranno a vicenda, faranno proseliti.

Per ora ne parliamo, e bene.


(STEFANO CODERONI)






TUAM NESCIS- Algophobia (mini cd , autoproduzione, 2010)

Da Palermo, non precisamente la città più rock del pianeta, ci giunge un'ennesima conferma delle mille forme di creatività nate in contesti poco propensi alla loro immediata diffusione.

Mi spiego: le influenze artistiche e culturali di certe zone della nostra penisola sono non solo molteplici, ma in molti casi, irrinunciabili.... il problema nasce sul filo corto della disponibilità di certe strutture locali a supportare ed alimentare gli sforzi di artisti che oltre a rispettare temi e tradizioni locali, cerca legittimamente, di affrancarvisi.

In forma teorica, i Tuam Nescis si collocano nell'alveo del Death metal, con le solite varianti black e gotiche ad arricchirne lo spettro espressivo.
Ma in sostanza, all'ascolto del loro autoprodotto "Algophobia", è evidente una matrice molto più riflessiva, e oserei dire "filosofica" ad una materia sonora fatta il più delle volte da furia, più o meno cieca, e comunque in dosi prevalenti.....

Delle quattro tracce del mini cd, la prima "Anxiety" e l'ultimna "Calvario", due perfidi strumentali, sono autorevoli esempi di come il gruppo sappia esprimersi ben oltre la barriera irregimentata del metal a tutti i costi; entrambi sanno raggiungere un climax tenebroso attraverso una costruzione calibrata e solo apparentemente "semplice", come solo un ascolto poco attento potrebbe suggerire....

Il resto di "Algophobia, ovvero la title track e "Transplants" svela un gruppo questa volta più tradizionale nell'ottima esecuzione e nella scelta dei suoni (belli), ma sempre in costante ricerca di soluzioni sonore meno scontate, come dimostra l'arrangiamento di "Transplants".

Detto della professionalità del prodotto, il mini cd però non dimostra ancora la capacità dei Tuam Nescis di creare una sintesi effettiva delle due forme espressive, e il Death metal "anomalo" rimane cosa a parte rispetto alle lugubri intonazioni dei draconiani pezzi strumentali.

Non è dato sapere se le due forme troveranno un'amalgama all'interno di composizioni più ibride, e solo il futuro potrà illuminarci in tal senso.

Perché un futuro per band come questa DEVE esserci.....



(STEFANO CODERONI)




WITCHUNTER-Crystal demons (CD my Graveyard Production 2010)

Di fragili ossessioni è pieno il mondo,e la mente di molti.
La fantasia e la paura generano "demoni di cristallo" pronti ad andare in pezzi al primo contatto con la più prosaica e cruda realtà.
Meglio che si infrangano loro, che noi....

Un bel titolo "Crystal Demons", indipendentemente dal significato recondito o esplicito dei loro testi; ma sopratutto un titolo MOLTO "heavy metal" per una formazione che è completamente dedita al recupero della tradizione primigenia del metal inglese dei primi anni 80.

Lo scopo dei Witchunter è quello di far convivere quella tradizione "storica" con tracce di speed metal anch'esso primitivo e imparentato a soli pochi eletti gruppi (anche italiani) che seppero fondere le matrici pure del metal con un impatto ritmico figlio del rock'n'roll più marcio ed iconoclasta.

I Witchunter leggono nei libri storici del Metal di alto lignaggio,e sembra che imparino velocemente....

Nel loro Cd d'esordio "full-lenght",dopo un cd demo a quattro tracce e uno split Lp con i greci Witchcurse, i Witchunter iniziano urlando.

Sì urlando...dopo un semplice arpeggio di chitarra acustica,l'opener omonima title track è introdotta da urla belluine del cantante Steve Di Leo, come si faceva una volta nell'ambito del metal più ebbro di luoghi comuni e di atteggiamenti da fotocopiatrice.

Ma, urlando ancora prima di cantare, i Witchunter, forse inconsapevolmente, riaffermano l'istinto primordiale che precede il pensiero propriamente detto e le parole per spiegarlo: non è forse questo uno dei principi sui quali si basa il vero metal, quando l'istinto domina la ragione, la strategia e il progetto? ....Non sempre, ma spesso....

La perentoria "Crystal demons" non sarà l'unica sfida lanciata dal cantante alle sue corde vocali, in quanto Di Leo ripristina lo stile antico dei cantanti metal dall'approccio sgarbato, tecnicamente non perfetto, dagli accenti a tratti isterici come vuole la tradizione dei primi autentici "screamers" più attenti al coinvolgimento emotivo che a frivolezze da "bel canto".

Quando alla fine del pezzo si sentono cristalli che si rompono, ci dispiace un po'....Gran pezzo d'apertura.

La voce registrata in primo piano, e un sound d'insieme grezzo ma distinguibile in ogni sfumatura è confermata dalla seguente "Over the lightning", che rappresenta al meglio lo stile del gruppo, ricordandoci tutto e niente allo stesso tempo, confondendo artefici e seguaci.

Il sentiero che riporta alle radici del genere è nuovamente percorso nella seguente "Speed killer", trascinante ed illuminata da un mid-tempo intermedio che, incastonato a dovere fra le frazioni speed, ne esalta le funzioni. Una struttura semplice, per certi versi molto prevedibile, ma assolutamente efficace.

Invece "Road Master" fa tirare il fiato e risente di un netto calo di tensione, tra riffs scontati e interpretazione un po' artificiosa. Lo stile di questo brano avrebbe bisogno di un approccio ancora più "retro'", forse solo alla portata di qualche musicista più attempato ed esperto. In "Road master" c'è invece solo un omaggio all'omaggio, una specie di matrioska dove nemmeno la più piccola parte nasconde un grumo di inventiva....

"Ready tonight" mantiene e conferma una certa prevedibilità (sopratutto nell'assolo di "ACE" Iustini ) e tenta una sintesi tra metal "british" e certe palesi concessioni al Rock'n'roll da classifica americana senza mai sfociare nella marchetta da musica FM........ Un nome? ..Certi Rainbow più commerciali del periodo post-Dio, ma in un contesto decisamente più diretto....

Trovo invece molto attraente la figura snella e perversa della seguente "Princess of Hell", speed-song alla Motorhead interpretata alla maniera degli Angel Witch, se mi e' concessa una descrizione azzardata.....Grande lavoro della sezione ritmica, con Andrea Capece sugli scudi, con una prova senza sbavature.

Una sorpresa, a mio parere graditissima, arriva con l'insospettabile "The breath of Satan", in cui i Witchunter si cimentano nella rievocazione sulfurea del Doom metal dalle sfumature epiche, un terreno minato dalle trame insidiose introdotte dai Black Sabbath dell'era-Dio e affrontate, con l'ingenuità dei coraggiosi pionieri di certa N.W.O.B.H.M, da un manipolo di seguaci che rispondono al nome di Witchfynde, Pagan Altar, Witchfinder General et similia, illustri "losers" ai quali il nostro quartetto si ispira, in questo caso, con devozione.

Il risultato è sorprendente, i Witchunter risolvono la "pratica nera" con una prova di inaspettata maturità (il riff "staccato" dall'assolo della parte centrale è quasi da manuale del genere) e il brano, pur "macchiato" da qualche forzatura interpretativa, è ben superiore a buona parte del repertorio di molte bands "specialiste" in metal arcano...

Dopo aver constatato una certa abilità a "trattare" tempi più cadenzati ed assecondare suggestioni sinistre come nella miglior tradizione macabra, i Witchunter chiudono il CD con l'omonima "Witchunter", bandiera e manifesto programmatico del quartetto, già presente nel cd demo d'esordio, e con una gustosa cover dei mai troppo osannati Tygers of Pan Tang, la loro celebre "Hellhound", ben riletta alla luce dell'entusiasmo contagioso dei vent'anni e dintorni....
Steve di Leo non sarà John Deverill, ma tra attitudine, stage-act e look è da considerare uno dei front-man meglio "calati nella parte" del movimento attuale di rinascita del metal più "conservatore" in Italia.... Esperienza ed età faranno il resto.....

"Crystal Demons" non è un lavoro perfetto, né ha la pretesa di esserlo; è un lavoro che rappresenta al meglio l'attitudine di un gruppo privo di straordinari mezzi tecnici ed esecutivi ma in costante crescita e già una spanna superiore alla media nazionale.
La loro determinazione, e i loro ideali non si frantumerranno, perché in "Crystal Demons" il cristallo sta solo nel titolo.

Tutto il resto è di metallo.


(STEFANO CODERONI)





SATANIKA- Atomic curse (demo CD EP, autoproduzione 2010)(30 copie, con sticker)

Ascoltando questo Ep demo dei romani SATANIKA, si stenta a credere che sia un demo d'esordio.
La perplessità nasce dalla qualità della registrazione, non inferiore a molte altre releases di caratura internazionale, e dalla miscela esplosiva di tecnica/atmosfera/attitudine che la band sprigiona in ogni nota e respiro.

Ma andiamo con ordine...il trucco c'è, e va spiegato....

I Satanika, con altre formazioni e moniker (uno fra tutti: Der Henker), avevano già inciso alcuni lavori precedenti, e quindi non sono affatto una creatura alla sua prima alba, ma un ensemble già collaudato nei suoi elementi "chiave" (il cantante Cris Pervertor e il chitarrista Barren) e, fatto a mio parere importantissimo, si avvale in questo demo del drumming di spettacolare follia di Tormentor "celebre" batterista degli affermatissimi tedeschi Desaster.

I tre pezzi originali di "Atomic Curse", per dirla in maniera banale così capiscono anche i più tonti, "non fa prigionieri". La fusione fra "thrash" old -school ed elementi black è quasi perfetta, ritmicamente oppressiva ma con intuizioni contorte risolte con la perizia del serial killer più allenato. Il ruolo di Tormentor è fondamentale per permettere al gruppo soluzioni ritmiche negate a buona parte dei gruppi privi di tali maniaci talentuosi dietro le pelli.

L'approccio è quello da manuale del genere: istintivo ed animalesco, ma tecnicamente controllato e preciso....Una fusione cercata da molti e raggiunta da pochi. Assolutamente a proprio agio a cucire le vene del black d'annata con la struttura conservatrice del thrash più putrido e cattivo, i Satanika non "steccano" nemmeno la rilettura del semi-classico degli Unleashed "In the name of God", una cover finale tutt'altro che superflua.

Eccessivi, con riffing ai limiti del rischio slogatura del polso, vocals "downtuned" quanto basta e più o meno "ironicamente" dediti a tutto ciò che è "cult" in chiave metallica, questo è un gruppo che ha capito molte cose: come entrare nel cuore (o altrove...) dei metallari più suggestionabili e come farsi odiare da tutti gli altri....Due meriti non da poco, mi sembra...

I Satanika sono morbosamente attratti dal cinema splatter/gore, e i riferimenti iconografici e tematici a questo filone cinematografico sono sempre presenti in ogni loro progetto.....Non occorre aggiungere che i Satanika, anche in questa loro fusione di suggestioni gore e filigrana Thrash non sono affatto né originali, né innovatori.

E so che affermando ciò li farò felici, in quanto questi musicisti (e sopratutto persone..) non gradiscono alcun tipo di "innovazione" sul piano musicale e la loro attitudine è orgogliosamente ferma a ciò che ritengono, a torto o a ragione, essenziale....

Se potete, ascoltateli ora o in futuro...quando lo farete, avrete bisogno di un otorinolaringoiatra...Contattatene uno bravo....

(STEFANO CODERONI)





REAKTOR-- "Madness taking form" (demo cd 2010, 20 copie)


Arriva all'esordio in studio il determinato gruppo thrash metal romano Reaktor, già conosciuto nella capitale grazie ad alcune esibizioni dal vivo. Nei quattro pezzi inclusi nel demo ci sono, ben chiare e ben realizzate, le "idee" fondanti del primo, storico Thrash ottantiano di scuola Bay Area, con chiari riferimenti a gruppi "cult" quali Heaten, Forbidden etc, grazie anche anche ad interventi di chitarra solista "illuminanti", se non addirittura "illuminati", pur nei limiti imposti dal genere stesso.

Non mancano riflessi della corrente opposta, quella europea, con dosi di cattiveria e compattezza strumentale meno ispirata ma più efficace sul piano dell'immediatezza e del coinvolgimento fisico.

I testi parlano principalmente della presenza latente della pazzia e delle sue incursioni violente nella vita reale; a tal proposito è indicativo il pezzo "Possessed to kill" che tratta del delirio bellico di un solo individuo contro un intero esercito....Un esempio di "ars pugnandi" assolutamente schizzato....

I Reaktor sono compattissimi sul piano ritmico, con la voce del cantante/chitarrista Marco essenziale e ruvida al tempo stesso; sugli interventi chitarristici del solista Andrea mi sono già espresso, e non trovo particolari limiti o difetti nella sezione ritmica formata da Lorenzo alla batteria e da Cris al basso, che a tratti si permettono varianti ritmiche non concesse a tutti....

Non mi si venga a dire che i Reaktor non inventano niente e che tutti i quattro brani di "Madness taking form" sembrano in parte "già ascoltati" altrove, almeno per le idee di base e per certe progressioni di accordi..... Ne sono già consapevole, ma mi sembra che loro siano molto più bravi di altri gruppi altrettanto impersonali ma molto più "protetti" dal finto "establishment" di buona parte del metal italiano attuale.

In pillole: Ho sentito di MOLTO peggio da gruppi più famosi su cd ufficiali realizzati da etichette attuali più o meno "indipendenti".... mi spiego?



(STEFANO CODERONI)







HEAVY HOUSE- Cigarette break (CD, autoproduzione 2009)


Sono milanesi e hanno iniziato a suonare praticamente da bambini.

Ora che sono soltanto giovani, suonano il loro genere come pochi sanno fare, e il loro cd d'esordio ne è prova (quasi) inconfutabile.

Nati anni fa col nome di Endorphina e influenzati dall'hard rock di Aerosmith, Motldey Crue, Guns'n'Roses, AC/DC e Bon Jovi, hanno raggiunto con gli anni una maturità strumentale che permette loro di cimentarsi con uno stile, quello attuale, che usa e piega le vecchie influenze al nuovo corso del cosidetto New Rock americano e a gruppi come Alterbridge, Creed e Nickelback.

La sintesi fra stile post-grunge e rigurgiti hard rock settantiano/ottantiano d'autore è riuscita, almeno sul piano della contaminazione fra sound e approccio vocale, mentre sul piano compositivo rimangono troppe finestre aperte con vista eccessiva sul lavoro di gruppi famosi, con composizioni, per così dire, troppo "già sentite", e per questo un po' impersonali.

Detto questo, ribadisco che il Cd e' gradevolissimo, in quanto ci sono pezzi di ottima fattura (in quanto troppo affini a pezzi altrui che sono quasi dei "classici", per cui il valore è cosa scontata, ma il merito alquanto dubbio) e l'esecuzione e l'interpretazione del tutto convincenti.

"Cigarette break" è fatto da musicisti che sanno citare (talvolta troppo) con disinvoltura, prendendo spunti e mescolando temi e schemi ; sono furbi ma, si badi bene, NON mestieranti. Se affineranno il song writing e sapranno parlare più di sé stessi e a sé stessi, nel loro ambito avranno pochi concorrenti.

Più che promettenti, in ogni caso.



(STEFANO CODERONI)




INVITAMINERVA--Same (demo-cd, autoproduzione 2009)


Non mi riesce semplice descrivere la musica di una band troppo lontana dai miei gusti musicali.

Gli italiani Invitaminerva sono il bassista/cantante Fabio Valerio, il chitarrista Silvio Chillè e il batterista Angelo Caporizzo ,e la loro musica risente delle loro molteplici e diverse esperienze musicali, maturate in circa venti anni d'attività "separate". La band è attiva da poco più di un anno, si professa seguace di un approccio "cantautorale", alimentando il sound con riflessi di un "indie -rock" fruibile e niente affatto cerebrale o fine a se stesso.

Il gruppo, attivo nell'underground romano, presenta in questo lavoro autoprodotto tre brani originali ben suonati e fruibili, dalle sonorità avvolgenti e concrete al tempo stesso, ma distanti da qualsiasi autentica propensione al "rischio" vero, quello che mette in gioco la reale creatività del gruppo vincente.

In questo senso, pur risultando gradevoli all'ascolto, gli Invitaminerva mi sembrano "neutri" sia sul piano delle scelte stilistiche che nel modo d'affrontarle. Presente nel demo cd anche una cover di Battiato, la tanto osannata "Centro di gravità permanente".

Osannata, ovviamente, da altri.

Personalmente ritengo che la "ricerca" di Battiato sia la sola ad essere stata apparentemente compresa fino in fondo in Italia, ma solo da artisti incapaci e così poco colti da non capire, e non seguire, i percorsi di autentica "ricerca", e non le finte filastrocche "d'autore" afoni che si aggirano in Italia.

E che, aihmé, fanno proseliti.

Ribadisco la mia incompatibilità con tali sonorità, faccio ammenda e mi cospargo il capo di cenere,se necessario. In certi casi sono ignorante per scelta, oltre che per inclinazione.

Non me ne vogliano i cultori di questo genere musicale. Vorrei esserne lasciato fuori, ora, irrimediabilmente e per sempre.



(STEFANO CODERONI)





BAPHOMET'S BLOOD--Metal Damnation (LP, High Roller Records, 2009)


Ancora rigorosamente in vinile-solo-vinile il nuovo lavoro dei Baphomet's Blood, "Metal damnation", 1000 copie di speed metal (quasi) perfetto. Il quartetto marchigiano al suo terzo Lp raggiunge il suo vertice qualitativo, imponendosi fra i migliori gruppi del genere, e non solo in Italia. Se ci si dimenticasse solo un attimo delle invidie e delle beghe interne del nostro belpaese, ci si renderebbe conto immediatamente del livello internazionale raggiunto dal quartetto in tempi brevissimi.

La "virata" stilistica che li ha portati dai piu' grezzi esordi a questo stentoreo acuto di perfida "cattiveria" metal è giustificata alla luce dei risultati, e sono solo questi che contano.

"Metal Damnation" può contare su un lotto di killer-songs dall'impatto devastante (complice un'ottima produzione...), in piena tradizione "raw" speed metal degli anni 80, citando e riproducendo con perizia chirurgica (e in ordine sparso) Mothorhead, primo speed metal teutonico/europeo (Destruction, Kreator, Sodom, Deathrow ,Killers etc.) con un'oncia di malvagità in più, retaggio del primevo Black/Death europeo. La parafernalia "simil-satanica" è, anche in questo caso, garantita sul piano dell'iconografia, ma sopratutto sul piano della posa irriverente.

L'operazione è quasi perfetta, e su "Metal damnation" si ascolta la perfetta combinazione di elementi scontati ma quasi mai espressi con tanto "equilibrio"; in questa ottica mi sento di affermare che i Baphomet's Blood hanno capito TUTTO....

Se alcuni pezzi sfiorano la perfezione relativa al genere proposto ("Evilbringer" su tutte.....era da secoli che non sentivo una cosa simile, in Italia...), in alcuni frammenti di altri brani l'interpretazione vocale è leggermente meno convincente,in quanto priva della carica animalesca della controparte strumentale...... la laringe del leader (e anche chitarrista) Necrovomiterror, un ibrido fra la raucedine di Lemmy e la ferocia di Petrozza, non sempre riesce ad interpretare con la solita determinazione alcuni refrains che avrebbero richiesto maggiore partecipazione sul piano emotivo...... ma è solo una piccola considerazione del tutto personale.

Attivissimi in sede live e attualmente considerati fra i gruppi emergenti del metal italiano "old school", i Baphomet's Blood pagano tributo sul loro nuovo album alla legione dei vecchi "eroi" del Metal italiano degli anni 80, dedicando loro il pezzo dall'inequivocabile titolo "Italian Steel", uno dei migliori del disco. Attenzione però a confondersi troppo con le "vecchie glorie" dall'incerto futuro, in quanto l'attualità richiede più certezze che malinconie e rimpianti. Non so se i Baphomet's Blood rappresentino il futuro di un certo Metal italiano, e in che misura, ma posso affermare senza tema di essere smentito che sono una spanna superiori alla maggior parte dei loro colleghi, vecchi e nuovi, con o senza un passato sfigato alle spalle o una verginità da ricostruire.

A mio avviso "Metal Damnation" è il miglior disco di speed metal "old school" uscito in Italia da lustri.

E ci metto la firma.



(STEFANO CODERONI)






WITCHCURSE / WITCHUNTER - Defenders of the past (LP, Metal Force Records 2009) (edizione limitata, 500 copie, vinile rosso, poster, inserto e adesivo)

Degli italiani Witchunter avevo già scritto recentemente, recensendo il loro valido cd demo omonimo del 2008, che li ha segnalati come uno dei gruppi metal nostrani più promettenti sul piano del recupero della piu' classica tradizione N.W.O.B.H.M., senza sbavature e con un ostentato orgoglio ad esibire musicalmente e visivamente (leggi LOOK) una piena ed incondizionata aderenza al life-style metal "old school", clichés compresi.

Un esempio di dedizione totale al recupero del passato e, al contempo, una consapevole e torva "chiusura" a moderne forme espressive ed attitudinali. In ogni caso, una scelta consapevole e rispettabile.

In questo Split /LP con i greci e quasi omonimi Witchcurse, i Witchunter ripropongono i quattro brani del loro CD demo più il nuovo pezzo "Louder and faster", che conferma al meglio il loro stile roccioso e diretto, in piena osservanza dei dettami imposti dall'ascolto continuo di cult -bands come Tank, Chateaux, Atomkraf e tante altre formazioni prive di eccessivi fronzoli stilistici. L'impegno dei Witchunter è quello di fermare il tempo a 25 anni fa, e di viverci divertendosi....un impegno svolto con molta competenza e coronato da successo. Resta una riflessione, probabilmente oziosa, sulle reali motivazioni che spingono tanti giovani (non necessariamente appartenenti a gruppi musicali) a cercare la propria "isola felice" nel passato,ignorando un presente ritenuto falso e balordo.Ma le risposte sono, e devono rimanere, individuali.

I greci Witchcurse "capovolgono" la proposta degli italiani, presentando 4 nuovi pezzi e un solo pezzo tratto da un demo. Il loro sound ha le stesse matrici dei loro compagni di vinile, accentuando a tratti la relazione con alcuni gruppi più "classici" e meno oltranzisti della N.W.O.B.H.M., e parecchi riffs escono direttamente dal "song-book" dei nomi piu famosi. Di diverso c'è la foga giovanile e la trance agonistica di un gruppo "affamato", che non ha niente da offrire oltre una sana e genuina predisposizione a rendere vivo e pulsante uno stile non originale, ma che si anima esclusivamente se "trattato" e suonato col cuore e con le viscere.... Due elementi di cui si trovano tracce significative in questi Witchcurse.

Questo Split- Lp non rappresenta altro che quello che è: un consapevole ed efficace esercizio di "preservazione" stilistica di un genere che ha subito negli ultimi anni troppi "ripensamenti" e ribaltoni ipocriti: il vero Heavy Metal.

In "defenders of the past" non si sperimenta, non si fa arte e non si fanno proclami: si suona e basta, sudando.

Entrambi i gruppi appartengono all'attuale generazione di musicisti in perenne corsa con la testa rivolta all'indietro e il cuore ben saldo nella solita posizione. Personalmente mi ispirano simpatia, e li rispetto.


(STEFANO CODERONI)






ENDOVEIN--LYNCHED BY FATE (MINI CD,AUTOPRODUZIONE 2009)


Gli Endovein sono un (molto) promettente gruppo Thrash metal provenienti da Torino, gia' in grado di realizzare un mini cd competitivo sia nel contenuto (la musica e la tecnica esecutiva) sia nell'aspetto grafico della loro proposta (cd in papersleeve , con mini poster incluso con tanto di collage fotografico come nella migliore tradizione dei vechi vinili metal piu' o meno "underground"....).

Il gruppo e' influenzato in maniera definitiva dal Thrash degli anni 80, e nelle 4 tracce del cd si ascoltano chiari riferimenti stilistici a gruppi Americani come i primi Anthrax o Toxic, ovvero i fautori di uno stile veloce ma mai caotico, ben ragionato a livello di arrangiamenti e mai troppo avaro di escursioni solistiche di un certo livello tecnico. Anche sul piano concettuale (dei testi....) gli Endovein sembrano aver ben presente la lezione impartita dai gruppi piu' irriverenti e "politically niente affato "correct" di quegli anni ,scrivendo testi intrisi di rabbia mista ad ironia,ben interpretati dal beffardo cantante Ste', autore, fra l'altro, di alcuni vocalizzi che ne svelano le potenzialita' sul piano dell'estensione vocale, non sempre sfruttate, per adesso....

Tra i quattro brani, i piu' interessanti mi sono sembrati il secondo "Enemy of the brain", contraddistinto da efficaci "stop'n'go"(qusi da manuale....) e il terzo, devastante "Kickinthebutt" (serve la traduzione?), un ottimo esempio di carica "controllata". L'unica pecca del cd e' la noiosissima "ghost track" posta nel finale del dischetto,condita da bestemmie ed amenita' varie, un giochino che vorrebbe divertire ed invece irrita..... sarebbe stato meglio inserire un altro brano....o no?

La copertina e' veramente carina... mi ha ricordato qualcosa dei Nuclear Assault, ma con l'ironia dei Sacred Reich.... Ah, dimenticavo....il nome della band , Endovein...un'intuizione quasi geniale.....

Se gli Endovein sapranno capitalizzare il meglio di quanto proposto in questo lavoro,glissando su inutili e niente affatto originali divagazioni stile Prophilax potremmo fra breve riconoscerli come fra i migliori rappresentanti del piu' puro e genuino spirito Thrash metal "old style" in Italia. Se mi posso permettere, mi rivolgerei direttamente agli Endovein ricordando loro che non e' attraverso gli atteggiamenti di facciata che si misura l'attitudine vera dei gruppi, ma solo esclusivamente attraverso la loro musica e il modo in cui la suonano....altrimenti non sarebbe cosi chiara la differenza fra musicisti e casinisti... La differenza e' invece chiara, per quelli che capiscono qualcosa; contate esclusivamente su questi ultimi, perche' siete bravi, lo sarete ancora di piu' in futuro e non avete bisogno di altro.

(STEFANO CODERONI)




ELSEWHERE "Then nothing" (promo cd 2009) (Produzione Moon Voice Studio)


Dopo un inevitabile ritardo dovuto al terremoto che ha colpito la loro terra, l'Aquila, gli Elsewhere presentano il loro nuovo promo cd, gia' pronto da Marzo 2009 ma disponibile solo adesso per comprensibili motivi.

"Then nothing" è un lungo ep formato da tre lunghe composizioni, che segue l'esordio di un paio di anni fa "Between tha arms of the unknown". Dopo l'ingresso in formazione del chitarrista Luciano (dei IV Luna), gli Elsewhere affrontano con maggiore determinazione un compito arduo ed ambizioso: ampliare i confini di un certo "doom metal", contaminandolo con elementi gotici e progressivi, senza snaturarne le matrici spettrali e la vocazione all'introspezione psicologica piu' tetra. Le inevitabili fonti d'ispirazione si trovano nel lavoro svolto da gruppi come My Dying Bride, Paradise Lost, Katatonia, Opeth, tanto per citare i piu' famosi, ma gli Elsewhere non si fermano ai confini del plagio, ma sanno introdurre elementi espressivi propri, e sopratutto in sede d'arrangiamento sembrano essere più che ambiziosi. E' importante ricordare che diversi membri della band sono "nati", musicalmente parlando,pianisti e tastieristi, e solo per ragioni d'organico sono passati ad altri strumenti,con risultati peraltro apprezzabili. Cio' spiega una chiara predisposizione degli Elsewhere nell'affrontare partiture a tratti complesse, arricchite da una ricerca timbrica che raramente trova riscontro nel Doom metal propriamente detto.

La sintesi stilistica a cui ambiscono gli Elsewhere non è ancora completamente realizzata, a parere di chi scrive, in quanto il reparto strumentale ,in certe sue componenti, mi sembra molto piu'smaliziato rispetto all'impianto vocale, molto espressivo e " sofferto" sul piano dell'interpretazione, ma meno "sintetico" sul piano melodico dell'effettivo coinvolgimento emotivo.... Ma visto il livello del gruppo, penso che tra breve i due "reparti" saranno effettivamente complementari.

"Then nothing" prova a spiegare in tre lunghi brani ciò che altri gruppi più ordinari tentano di fare in intere discografie. Ma più che un merito dei pur valorosi Elsewhere, questo è un problema degli altri. Il Cd, che si fregia di una ottima produzione, potrebbe, e DOVREBBE, essere preso in seria considerazione da tutti quelli che si compiacciono del languore della tristezza fatta in musica. Ma per cortesia, non chiamiamolo DOOM..........


(STEFANO CODERONI)




WITCHUNTER - Same CD demo 2008 (autoproduzione)


Il mini-cd dei Witchunter è' un atto d'amore incondizionato per i giorni lontani della New Wave Of British Heavy Metal,quei giorni che, curiosamente, i giovanissimi Witchunter non hanno mai vissuto.

Il quartetto, proveniente dall provincia di Teramo, esordisce discograficamente pubblicando quattro brani completamente votati al recupero delle sonorità più pure di inizio anni 80, con particolare riferimento all'ondata di gruppi inglesi più inclini alle prime, rozzissime, sonorità speed metal come Jaguar, Tank, Atomkraft e variazioni sul tema più canoniche nei tempi d'esecuzione e linearità stilistiche come Holocaust, Chateaux etc....

Trascurando alcune imperfezioni dovute presumibilmente più ad inesperienza in sede di registrazione che a limiti tecnico/strumentali, questo mini Cd è godibilissimo e i Witchunter sanno parlare contemporaneamente al cuore, far muovere il corpo e scatenare l'adrenalina.... per gli standard del genere direi che è più che sufficiente. Per il momento, il gruppo è, a mio parere, ancora privo di quella "malizia" o furbizia tipica dei migliori rappresentanti del genere, ma in quanto a grinta, sincerità e passione non mi sembrano secondi a nessuno. Con un pizzico d'esperienza in più sapranno alzare la testa dal mucchio.

(STEFANO CODERONI)






IN VIRTUTE LUNAE - Naturae (CD, autoproduzione 2007)


"Naturae" e' l'impegnativo titolo del terzo lavoro di questo gruppo proveniente da Forli ,attivo dalla seconda meta' degli anni 90'.
Dopo aver maturato una certa esperienza live,esibendosi sui palchi della Romagna con un repertorio diviso fra covers e pezzi originali,gli In Virtute Lunae sono giunti ad una sintesi stilistica propria, molto lontana sia dalla "grandeur" pomposa e seriosa suggerita soltanto dal nome scelto dalla band ,sia dai percorsi spigolosi e dalle immagini ad effetto di certo progressive rock autoreferente a cui l'artwork del Cd sembra ispirarsi.
Il suono e lo stile del gruppo invece possono essere definiti, all'ingrosso, parenti di un certo "Rock d'autore",certamente scritto e "pensato" seguendo uno stile cantautoriale,incentrato sulle liriche e sulle melodie vocali di base, e soltanto in seguito ampliato ed arricchito da partiture strumentali di buon gusto e mai eccessive.
Il nucleo del gruppo e' costituito dal cantante Filippo Urbini, a cui si devono sostanzialmente le strutture basilari dei brani,e dal chitarrista Graziano Versari,chitarrista raffinato e dotato di un gusto raro, autore di buona parte degli arrangiamenti.

Per evitare equivoci,va detto che la musica di "Naturae" lambisce i territori cari al rock progressive,ma non rimane impantanato nella struttura "complessa" per definizione....Gli In Virtute Lunae sembrano fedeli soltanto ad una ispirazione sincera ,e quindi non precostituita, espressa in maniera semplice ma non semplicistica, con una forte matrice "autoriale" (il brano " A nome di tutti " e' un tributo a Fabrizio De Andre') che tuttavia non indebolisce la prova corale,"d'insieme" del gruppo in sede strumentale,ne' ignora le possibilita' offerte da un'approccio leggermente' "arty" e dalle minime tentazioni psichedeliche.
Se in alcuni passaggi si possono trovare tracce nette del passaggio della tradizione progressiva (come nel brano "L'opportunista")intesa come forma di espressione libera e dai tratti spiazzanti, in altri brani come "Autunno indiano" il progressive puo' essere interpretato nella suo significato probabilmente piu' corretto,ovvero come forma agglutinante di matrici musicali diverse (in questo caso musica etnica,rimandi jazz....)....
Per far contenti i fans del Progressive italiano e "forzare" un poco l'analisi prescindendo dai reali tratti in comune, potrei avvicinare questo gruppo ad alcuni gruppi storici del progressive italiano d'annata (anni 70) che riuscirono a far convivere un'ispirazione dettata dalla "forma-canzone" e dai forti contenuti lirici,con l'onda lunga del rock strumentale infarcito di soluzioni musicalmente "colte" e piu' o meno, d'avanguardia, come gli Odissea,I Jumbo. I Capitolo 6,i primi Delirium, in ordine sparso.......Il paragone serve soltanto per far capire come gli In Virtute Lunae assorbano una larga gamma si influenze,introducendole con garbo in un tessuto sonoro di base che deve poco al progressive rock; il risultato finale e' pero' piuttosto vario e si presta ad una "lettura" musicale a largo respiro e non ristretta ai cliche' tipici di alcun genere in voga.....quindi, in parole povere, un sound che progredisce piu' di altri ritenuti GIA'progressivi e che invece sono scontati e ripetitivi oltre la soglia della tolleranza,o del dolore........

Tra i brani vanno segnalati anche l'iniziale "Senza controllo",uno sfoggio muscolare che ci rivela un' anima Hard appena dischiusa, "Tutto appare"che si avvale di ottime tastiere "ritmiche" e in cui il batterista Maurizio Biondini e il bassista Livio Palotti danno il meglio di se, e "Natura" e "Viola", due brani che non tutti saprebbero scrivere,e "vestire" strumentalmente con tale garbo...due episodi in cui il gruppo sfiora l'eleganza formale,addirittura....


In conclusione, va detto che in sede di presentazione di questo Cd, gli In Virtute Lunae si professano per quello che sono, ovvero "non professionisti".....

Non riesco a capire se anche questa (la modestia) sia una Virtu'......comunque,pur non essendo un giudice, li assolvo per questo.


(STEFANO CODERONI)









FALLEN FUCKING ANGELS-Everything concernin' pork (CD,Slow food play fast Records,2008)

A dispetto del nome scelto dalla band, che invoca l' (in)successo a gran voce, il trio speed metal italiano Fallen Fucking Angels è molto piu' "serio" di quanto il loro moniker suggerisce.
Con una costanza esemplare e una assoluta dedizione alla "causa" del metal piu' puro ed incontaminato degli anni 80, la band arriva ad una ennesima release underground, completamente auto prodotta, che si aggiunge ad una discografia precedente fatta di demos e lavori dimostrativi.
Il tentativo di riuscire a ignorare l'indifferenza delle etichette di settore e' in buona misura riuscito, e pur essendo costretti a registrare il lavoro in tre diverse fasi, I Fallen Fucking Angels somo riusciti ad incidere il loro lavoro piu' rappresentativo .
Il loro repertorio e' ad esclusivo vantaggio delle cosidette "heavy metal ears",ovvero tutti quei padiglioni auricolari iniettati da scariche soniche a base di Marshall a tutto volume, quelli che hanno imperato negli anni 80 e continuano a farlo nei cuori di tutti coloro che "difendono" quel modo genuino di approcciarsi alla musica Metal, a dispetto dei trends del mercato e del maquillage imposto da case discografiche e gusti "ballerini" del pubblico piu' volubile.

Lo stile dei FFF e' uno speed metal "conservatore" fino al midollo, "sporcato" in alcuni episodi da un'attitudine che sfiora il punk nel modo di porgere ma non nella struttura e nei suoni, e con molteplici riferimenti al power metal "eroico" (ma non Epico) della scena underground americana degli eighties; i fans di vecchia data di Exciter,Razor,Obsession,Piledriver etc, prendano nota e aprano il portafoglio.....

Osservando la copertina, che certo non invita all'acquisto immediato, si puo' capire che la vera ossessione del gruppo non e' tanto il "Fucking" quanto l'abuffata di salumi....il loro "trasporto" verso insaccati di ogniu genere trascende il concetto di "passione" e si allinea con qualsiasi autentica dichiarazione d'intenti di natura filosofica.....Pare che siano nati per godere delle delizie del palato.
Non mi risulta che fin'ora ci sia mai stato un album rock interamente dedicato al maiale e al suo "uso" culinario, forse se si eccettuano alcune releases di gruppi pseudo-comici dediti a minchiate di dubbio gusto,che hanno saputo solo spingere verso i limiti della nausea gli ottimi spunti musicali/lirici e la strada aperta da quei grandi musicisti che sono Elio e le Storie Tese, al di la' dei gusti soggettivi.....

A questo proposito,va detto che al massimo i FFF possono rappresentare la variante "digestiva" dei tedeschi Tankard; laddove i crucchi non temono concorrenza al cospetto delle pinte di birra, i nostrani FFF si dedicano "anima e core" (e forchetta) al loro miglior amico:il suino.
A proposito....l'interno del booklet e' completamente dedicato ad uno strepitoso e debordante esemplare di maiale.....E' lecito a questo punto chiederci se si tratta effettivamente del quarto elemento del gruppo.....Dal punto di vista dell'ispirazione, indubbiamente SI.

Ai metallari in genere e' bene ricordare che i Fallen Fucking Angels vanno seguiti con attenzione, perche' il loro approccio sarcastico e divertente e la loro immagine disimpegnata non deve distogliere dalle loro qualita musicali, che ci sono e a tratti brillano al di la' di qualsiasi preconcetto nato dal nome,dal look, e da quant'altro....Un brano come "Under Martial law" avrebbe fatto gridare al miracolo se inserito in un qualsiasi CD di un gruppo "emergente" di qualche nota etichetta, con tutti quei cliches' cosi retrogadi ma cosi dannatamente efficaci che ci riportano,senza traumi,a quelle atmosfere da comic-book che solo i grandi gruppi degli anni 80 erano in grado di creare, con quell'alchimia sonora che trascendeva la tecnica esecutiva,i pattern piu' evoluti tecnicamente,la "sofisticazione" degli arrangiamenti e della resa sonora e la produzione ad alto budget.
Credetemi, i FFF non scrivono niente che non sia gia' stato scritto,non mangiano niente che non sia stato gia' digerito, ma l'intensita' di certi loro brani,il sudore e il sangue che vengono versati in "Everything concernin' pork" appartengono solo a loro.

Questo e' un Cd "povero" se si parla di budget e resa sonora, ma molto "ricco" sul piano della passione,della sincerita' e della voglia di vivere, suonare e .....mangiare.
Servitevi pure.

I vegetariani si astengano.

(STEFANO CODERONI)






TIJUANA CAB COMPANY- Six pack (CD , Autoproduzione 2008)

Ammettiamo che la copertina di questo Cd non sia la piu' intrigante,e riconosciamo pure che trovare un'idea nuova,in musica e in generale,sia una chimera...Ammettiamolo pure.
E scordiamoci di poter trovare un nome originale per un gruppo rock che sia immediatamente riconoscibile e che non sia il frutto di una fantasia cervellotica.

Il "dono della sintesi" dei Tijuana Cab Company,dal punto di vista grafico, consiste nell'aver "compresso" nel piccolo spazio di pochi centimetri (di copertina) dei riferimenti espliciti al "perche'" del proprio nome e del titolo di questo CD....operazione non proprio facilissima,e risolta dignitosamente nonostante i pochi mezzi a disposizione....Chi fosse interessato a capirne di piu', indaghi pure.

Il "Pacco da sei" servito dai Tijuana Cab Company e' un Cd di sei brani che,gustato dall'inizio alla fine,ti scalda ma non ti brucia, ti rende molto allegro ma ti conserva ancora lucido....Sei brani,sei birre.....Se si ripete troppe volta l'operazione, si perde il conto, e i sensi....

Il gruppo e' italiano,si e' formato pochi anni fa nei dintorni di Trento, e il suo repertorio e' tipico delle band rodate a suon di covers su covers...Dopo essersi distinti principalmente come band "live"specializzata in "renditions" di pezzi degli AC/DC,Hellacopters,Guns'N'Roses,Backyard Babes etc, hanno deciso di promuoversi come band di materiale originale, ampliando il proprio spettro sonoro integrandolo con ulteriori influenze,tutte da ricercarsi nell'hard rock stradaiolo e lascivo,ben impiantato nello sterminato suolo della tradizione 70/80 ma con referente osservanza della piu' recente "invasione" scandinava.

Ma a differenza di molte band che seguono questa corrente, I Tijuana Cab Co. tengono la barra del loro stile ben dritta sulla "rotta" dell'hard rock di derivazione "street" piu' classico, con assoli chitarristici,uso dei riffs e impostazione vocale quasi del tutto lontani da certe indulgenze ed attitudini "punk" tipiche dei gruppi di punta di quel settore ....Se ora anche Hanoi Rocks, Motley Crue (i cui dischi compaiono nella back cover del CD) e simili integrano lo stile dei TCC, non si puo' negare che questo gruppo ha l'innata capacita' di "tenere insieme" tante influenze tanto chiare e nette da sembrare imbarazzanti,senza correre il rischio di imitarne sfacciatamente solo una o due.....Insomma, per essere chiari: i Tijuana Cab Company non tradiscono nessuno,perche' si scopano contemporaneamente tutte, e tutte contemporaneamente nello stesso letto...e ne escono pure freschi e pronti a ricominciare....Parlo di musica,naturalmente,e ricordo ai morbosetti che esistono le metafore...

Dei sei pezzi di "Six Pack" non ce n'e' uno particolarmente piu' riuscito, in quanto tutti sono di buon livello,e tutti riassumono al meglio lo stile sporco (ma non troppo) dello street metal "accessibile" riciclato in chiave Hard Rock,qualche volta con sporadici accenni di Glam virile e non macchiettistico, e altre volte reminescente della lezione dei maestri(quasi tutti) dei seventies e dei primi anni 80.
Se tutto cio' puo' sembrare l'opera di un gruppo fondamentalmente privo di personalita' propria, l'ascolto attento di "Six Pack" risolvera' il dubbio e confermera' l'ipotesi...ma attenzione a non limitarsi a questo..... I Tijuana Cab Company infatti hanno fatto un bel CD, con sei pezzi tanto nuovi quanto gia' "classici",che potrebbero essere tanto originali quanto covers,per quanto sono pervasi da quell'aura "sporca" e sacra del vero Rock che puzza di malto e di copertoni bollenti, ruote infiammate,polvere sulle labbra,respiri affannosi e sudori post-coito....Queste cose,come il Rock'n'roll, non le ha inventate, in toto, NESSUNO...

"Six pack" e' un concentrato di idee altrui,d'accordo...Ora come (quasi) sempre.
"Six pack" ,per rincarare la dose,e' anche una stratificazione di cliches....ma non e' forse cio' che e' sempre piaciuto ai rockers?

Sappiamo come abbia fatto male al Rock un trattamento "tecnologico/minimalista/industriale" poco accorto e poco ispirato, per cui poco mi spaventa nell'ambito Rock quanto la negazione e il superamento artificioso del cliche'....

"Six pack e' un mirabile esempio del "poco pensare" del Rock'n'roll, niente affatto cerebrale ma con l'apparato riproduttivo ben funzionante....la riproduzione della specie non e' altrettanto "cliche"?


"Six Pack e' solo questo, e niente di piu'...giuro che non lo ripeto.
Se e' facile farlo cosi,decidete voi.

(STEFANO CODERONI)













FINGERNAILS- Destroy western world ( CD-OLD METAL RECORDS)


Poche storie: I Fingernails non erano, e non sono, il "tipico" gruppo di metal "ortodosso" e tradizionale tanto amato dai metallari nostalgici.
Attivo dagli albori degli anni 80, il gruppo del chitarrista cantante Maurizio "Angus" Bidoli" ha da sempre rappresentato l'ala piu' oltranzista del movimento metal di allora,un movimento musicale non ancora contaminato dalle frange estremistiche del Thrash o del Death/Black metal ,all'epoca ancora nelle loro rispettive fasi embrionali.
Era il rock'n'roll piu' cinico e diretto(quello dei Mothorhead,per intenderci),l'attitudine sospesa fra Punk e Metal, e una certa insana vena "hard-core"(parlo di musica,e poco altro...) ad animare il trio capitolino in quei poveri,ma per qualcuno assolutamente "gloriosi" anni 80.
Gia' allora lo speed metal crudo ed abrasivo din Angus e soci non incontrava le simpatie dei "defenders" piu' canonici,quelli sintonizzati esclusivamente sulle frequenze del True metal alla Judas Priest o Iron Maiden, per non parlare dei rockers piu' volubili ed inclini al fascino dell'hard rock a stelle e strisce.


I Fingernails invece facevano proseliti nell'ambiente Punk, pur non essendo assolutamente punk nello stile,ma condividendone l'attitudine sfrontata .La loro musica, il loro stile senza fronzoli,ne' pose da rockers sfigati, catturo' l'attenzione di chi chiedeva alla musica,prima di ogni cosa,la spontaneita'di chi vive e suona senza pensare ad un domani.

Dopo un solo album e pochi demo-tapes, lo scioglimento. Raramente a Roma un gruppo metal e' stato cosi' rimpianto.
Poi qualche timido tentativo di prendere strrade diverse.
Riccardo "Duracell"Lipparini, il batterista, morto in un tragico incidente stradale. nel 1996.
Fine dei giochi,questa volta davvero.

Se i Fingernails, come cratura "collettiva" morirono in quegli anni, la loro "anima" Maurizio Bidoli ha continuato la sua strada,fatta di molteplici esperienze,tenacia e rigore morale....a differenza di tanti suoi vecchi colleghi di quell'epoca passata, "Angus" non ha mai prestato il fianco alle critiche,e non ha mai barato,nella musica e nella vita, "vendendosi" al primo psudo-discografico con la puzzetta sotto il naso, continuando a suonare soltanto musica lontana dalle mode....Senza alcuna "marchetta" a sporcare il suo lungo curriculum,ha atteso, con dignita',senza lagnarsi,facendosi trovare pronto quando la ruota della fortuna (si,proprio quella che,musicalmente,non ha mai conosciuto.....) ha cominciato a girarfe dalla sua parte.


Dopo alcuni tentativi ( a nome Kaotika) di ripristinare il sound dei Fingernails, ha rifondato il gruppo dapprima con il fido bassista Marco "Bomber" Santoni,e assieme al batterista Fabrizio Lucidi e al cantante Anthony Drago (Raff,Kaledon..) nel 2005 ha rilasciato il promo CD della reunion, ovvero "Hell'n'back".
"Hell'n'back,pubblicato privatamente,ha attratto l'attenzione del responsabile dell'etichetta americana Old Metal Records,che ne ha voluto fortemente la pubblicazione. ristampandolo assieme alla ristampa del primo omonimo Lp dei Fingernails,uscito originariamente nel 1988, e con alcune bonus tracks...."Hell'N'Back" e' diventato dunque un CD ufficiale,comprensivo sia del primo album omonimo,sia del promo Cd del 2005 da cui prende il titolo,conservando la grafica originale delle due copertine /booklet originali.

La pubblicazione di "Hell'n'back" e' stata ben piu' di uno stentato "ripescaggio" dell'ennesima fiacca bands dai trascorsi trscurabili, rivelando anche ben oltre i confini italiani la forza prorompente,e sopratutto,l'ATTITUDINE" del gruppo capitolino.....
Il nuovo prodotto sul mercato e' servito come volano ai Fingernails dper riassettare la formazione ed incidere un nuovo,atteso lavoro.

Il CD "Destroy western world" ha un titolo piuttosto illuminante circa i temi trattati, ma la bella copertina del CD puo' trarre in inganno i metallari che non conoscono lo stile deiFingernails .....infatti l'artwork attrarra' senz'altro i seguaci dell'epic-metal, o del power/metal piu' ispirato a temi bellici o mitologici,ovvero tutto cio' che e' assolutamente distante, e per certi versi opposto, allo stile e alla filosofia del gruppo romano. ...
Anche il nuovo Cd suona sporco e diretto,quintessenziale nella sua ricerca esclusiva del coinvolgimento fisico, ,riuscendo ad intrappolare la carica "animalesca" che il gruppo esprime dal vivo.
Marizio Bidoli e' rimasto quello che e' sempre stato: un chitarrista unico nel suo genere , poco "evoluto" sul piano strettamente tecnico(un po' troppo simili nella struttura i suoi micidiali assoli "fast and furious"..),ma musicista preparatissimo in sede hard/blues e psichedelia, come forse nessun altro chitarrista gravitante nell'area strettamente Metal in Italia....eccellente dal punto di vista ritmico,riff-maker non originalissimo ma assolutamente devastante, ma sopratutto in grado di dare un proprio originale ed irripetibile tocco a ciascuna nota..... Se e' vero che che la differenza fra un musicista ed un artista consiste principalmente nel modo in cui la musica,oltre ad essere eseguita, e' intimamente VISSUTA, Bidoli potrebbe essere giudicato ben diversamente da semplice musicista senza pretese come lui stesso si definisce......Alcuni possono suonare meglio di lui, ma nessuno suona COME lui...... ..e NON e',come qualche assonnato critico del ciufolo potrebbe definire ."una questione di "Feeling".....
Dietro quelle note ci sono Palle,ragazzi....di quelle tonde tonde.....

Il sound dei Fingernails,fortemente influenzato dallo speed-rock'n'roll con attitudine punk dei Motorhead,e' arricchito da tracce di "divagazioni" psichedeliche e blues (seppur geneticamente "mutate") impedendo ai rocciosi e veloci brani di "Destroy western world" di prendere tutti la stessa strada priva di sbocchi.


Il nuovo bassista Big Ricchard si e' ben amagamato al resto della formazione,ed alcuni brani hanno un "tiro" ritmico addirittura maggiore rispetto al passato.Tuttavia il bass-player storico dei Fingernails,Bomber Santoni, e' ancora presente in tre brani di questo nuovo lavoro.
Al batterista Lucidi il merito di aver preso un posto vacante veramente insidioso,e non soltanto per meriti tecnici...la sua prova e' veramente buona,e limita al minimo i rimpianti....
Il cantante Anthony drago ha una bella voce,piu' estesa e tecnica rispetto a quella di Angus,che questa volta canta solo in pochi brani,come nel precedente Promo Cd del 2005.....Drago non possiede quella carica vocale grezza e un po' folle del suo chitarrista, e pur avendo svolto un lavoro piuttosto valido,la sua voce piu' impostata , la sua timbrica piu' canonica e la sua maggiore estensione vocale lo rendeno piu' adatto ad altri tipi di Metal piuttosto che allo stile "straight-in your face" dei Fingernails.....la voce di Bidoli e' superiore a quella di Drago soltanto sul piano del maltrattamento delle tonsille,ma in un genere fondato su canoni espressivi non propriamente "estetici" come quello dei Fingernails, spesso il limite ed il difetto assumono ruoli imprescindibili.

Il nuovo Cd dei Fingernails e' fedele allo stile e al passato dei Fingernails, per niente appesantito dalla malinconia e dalla nostalgia dei vent'anni che non tornano.Quello che suona adesso parte dallo stesso punto di prima, quando l'orizzonte sembrava piu' vasto e bastava guardarlo per arrivare a toccarlo.

Parte prorpio da li ,come prima e come sempre...dal centro del cuore.



(STEFANO CODERONI)




BLOOD THIRSTY DEMONS---Mortal remains (CD MY Graveyard Productions,2007)


Non e' necessaria una buona memoria per conservare "Mortal remains" nei propri pensieri.
Basta averlo visto una volta sola,ancora prima di ascoltarlo.
Affidarsi a Caravaggio e al suo San Gerolamo scrivente,per la copertina, non e' il massimo del rischio per gli autori di questo CD,ma l'effetto e' assicurato...a vita.

I Blood Thirsty Demons giungono al loro quarto disco da studio, e questa volta lasciano un marchio indelebile nello sviluppo di un certo Metal "di genere".
E' cosa nota,infatti,che il corso del Metal piu' tradizionale e impermeabile alle "mutazioni" tecnologiche degli ultimi anni, si sia diviso al suo interno in tanti piccoli rivoli stilistici,tutti autonomi e con caratteristiche distinguibili.....fra questi, il cosidetto "Horror Metal" "sottogenere" di cui I Blood Thirsty Demons sono interpreti fondamentali, e' quello piu' assoggettato all'influenza "visiva" del cinema horror "storico",quello imparentato strettamente con l'estetica dei B-movies......ma per non generare confusione, questo filone del metal non ha niente da spartire con l'altra fazione di gruppi sedotti dal genere "splatter-gore", devoti al metal piu' estremo ,a cavallo fra il death e il grind, e rappresentato da figuri come Cannibal Corpse e discendenti vari........infatti ,alla rappresentazione della violenza sconsiderata ,al particolare disgustoso e al vouyerismo da mattatoio del genere splatter e che definisce solo in parte l'opera di autori "responsabili" del suo avvento,come Lucio Fulci e company, vezzeggiata dai rappresentanti di quest'ultima propaggine dell' extreme-metal , e' il cinema piu' attento ai contrasti,alle zone d'ombra,alle emanazioni mefitiche,quello che piu' appaga l'immaginario macabro di gruppi come i Blood Thirsty Demons, maggiormente sedotti dalla celluloide "antica" dei capolavori dell 'Universal, della Hammer,di geni-artigiani come Mario Bava., e musicalmente affini al metal oscuro ed ossianico degli anni 70....I Blood Thirsty Demons mirano ad una sintesi fra suggestione sensoriale ed effetto -shock visivo ed immediato, facendo evaporare l'opprimente clima ferale di certo Doom metal "d'autore" con scosse telluriche dall'impatto emotivo e coinvolgente....... sono abilissimi a tessere trame musicali cosi poco realistiche in una pellicola "girata"in rigoroso bianco e nero, sporcandola,quando serve , con fiotti rosso-sangue.


Parlare di "processo evolutivo", o di perfezionamento dello stile dei brani di "Mortal remais" rispetto alla precedente produzione del gruppo e' sbagliato, in quanto si discute di un genere gia' "consolidato" in prospettiva "storica", gia' ampiamente definito dai suoi iniziatori,i primissimi Death SS ,quelli di Paul Chain.
Per questa ragione,qualsiasi divagazione eccessivamente elaborata o tecnica avrebbe portato il gruppo a lambire territori cari a certo Dark/Prog ancora piu' nobile ( Atomic Rooster,Black Widow,High Tide...),oppure a sfiancarsi alla ricerca di un fraseggio a tratti troppo serrato (Mercyful Fate,King Diamond...); i Blood Thirsty Demons puntano invece, in questo loro quarto disco, a filtrare il loro suono fino alle fibre piu' interne, a sfrondarne le ridondanze soniche e a togliere quei lembi di carne e pelle superflui,lasciando i nervi scoperti......il suono si fa scarno,essenziale, ridotto al "minimo vitale",ma proprio per questo efficacissimo ad elaborare e diffondere residui psichici prossimi al sistema connettivo.
L'"horror metal" dei Blood Thirsty Demons e' devoto solo alla lezione impartita tanti anni fa dai primi Death SS, gli unici ad aver saputo usare la materia- Black Sabbath ( i riffs e l'atmosfera..) amplificandone a dismisura le implicazioni kitch da B-movies macabri e rielaborando il tutto alla luce (?) di un'approccio molto piu' "punkish", con l'uso della voce malsana,perversa, ai limiti della provocazione "shock-rock".......I Blood Thirsty Demons hanno lasciato tutto cosi' come era nel 1980/84,piu' o meno, come se Paul Chain fosse ancora intimamente legato a certi temi occultistici e come se Steve Sylvester fosse rimasto insensibile all'industria che si trasforma e alle sirene dei suoni tecnologici e dei nuovi miti che ne traggono linfa,ma poca ispirazione.
Cio' che aggiungono i Blood Thirsty Demons sono le loro canzoni,questa volta eccellenti, che non vivono solo di luce riflessa,ma di tenebra,seppur "posticcia"....Si, perche' titoli come la splendida "Day By Day", "Deadly sins" e "Upon the cross" trasudano emozioni vere, ma vengono "pensate" e realizzate col fare artificioso del film-maker con pochi mezzi a disposizione,in grado ,col suo solo talento,di dar forma compiuta ( e divertente..) alla paure ancestrali, avvalendosi solo del cartone e della colla, dell'uso sapiente della macchina da presa,e della complicita' delle ombre .......Tutto e' "make -up",finzione e artificio nella musica dei Blood Thirsty Demons,ma la puzza di muffa, il tormento dell'attesa ,la disfatta della carne,e lo scarso candore del sudario sembrano autentici e assaltano il naso e gli occhi, imprimono una sensazione che va al di la' dello sguardo, percepita quasi dall'olfatto, ma, sopratutto,opprimono lo spirito....

La bellezza "di genere" non condivide canoni estetici assoluti ( a patto che essi esistano....),e non si assoggetta ad altro che alla propria forma artificiosa e duratura....e' solo per questo che i Blood Thirsty Demons scelgono di cantare con tale voce sgraziata,maligna ,che non nasconde un'insano sarcasmo, e che ha poco anche dell'intonazione austera e "mistica" di certo Doom metal ( solo "parente prossimo" dell' Horror metal.....), e non si curano affatto dell'effetto involontariamente comico che certi temi trattati possono provocare...conoscono bene il rischio di non saper distinguere il film dai tratti deliziosamente "pacchiani" dal "brutto" cartone animato.............intuendo il pericolo,ne misurano i confini,ne lambiscono gli argini, scelgono il loro loculo e vi si siedono ,con l'espressione immota e i denti sporchi di sangue.
Spostarli da li sara' un'impresa .

(STEFANO CODERONI)



LAVOIRLINGE-Short-leg dogs (CD, Andromeda Relix, 2007)


E' opinione diffusa che i cromosomi che hanno generato la nascita e lo sviluppo del Rock e dei suoi generi piu' "puri" siano patrimonio genetico esclusivo degli anglo-americani, e che sia impossibile una diffusione capillare di una certa cultura nelle amene lande italiane.
Sono anni, ANNI, che ascolto tante parole in liberta' ,dettate da ignoranza e preconcetti, pronunciate da persone prone ed inconsistenti,avvelenate dai soliti luoghi comuni . Ho guardato tutte le loro facce, facce tutte uguali, con lo sguardo spento e con il ghigno del saccente stolto, con la postura tipica di chi e' vittima di una vecchiaia precoce, che annienta lo spirito e l'intelletto prima di accanirsi sulle fibre organiche.

A tutti questi dotti signori,bisognerebbe ricordare che non basta suonare una musica piu' affine alla propria tradizione culturale per poter affermare di essere "seri" sul piano artistico, e bisognerebbe mostrar loro quanti autentici cialtroni infestano miriadi di gruppetti italiani che pensano di essere "credibili" solo perche' suonano Progressive rock anni 70 e fanno una spastica parodia del Banco,PFM,Orme e storia-rock tricolore che fu.........Questi signori non investono un'oncia di talento in questo o altri generi, perche' non ne hanno,semplicemente.
Per cui non bisogna considerare "avventati" coloro che si rifanno ai sacri testi "stranieri" , riutilizzandone interi stralci interi stralci....un clone e' un clone, che abbia copiato Hemingway o il compitino del "vicino di banco".....

I Lavoiringe sono italiani (la pronuncia francese e' "lavuarling") ,ma della storica avanguardia progressiva italiana ne fanno coriandoli, e si interessano solo all'hard rock degli anni 70, quello degli inglesi, degli americani ,quelli che non sanno chi sia Dante e il "dolce stil novo",ma quelli col vetriolo nella lingua,l'alcool nel sangue e il peccato sopra e sotto la cintola.

Nati nel 1996 come cover band dei Nirvana,si facevano chiamare Anastesia... ..poi, con un imprevedibile impennata d'ingegno,hanno cambiato nome in "Questura" (!!?), per poi, comprensibilmente,cambiare ancora fino ad " approdare" all'originale ma poco memorabile "Lavoirlinge".
Smessi presto i panni sgualciti dei Nirvana, si sono spostati verso una forma di "contrazione" fra sound "groovy" dello stoner e un piu' canonico e tecnico hard rock di matrice seventies,con forti connotazioni blues e southern, grazie sopratutto alla voce incredibile del chitarrista-cantante Nicolo' Carozzi, un'ugola frutto di chissa' quali miracoli genetici, tanto e' roca ed espressiva,e impostata alla maniera dei grandi cantanti del passato,quelli che hanno la voce che si e' "fatta" sulla strada, tanto per intenderci.....
"Short-leg dogs" segue l'esordio "Rumbling machine" del 2004, e si distingue grazie ad una cura maggiore degli arrangiamenti,ora piu' consoni ai nuovi orizzonti musicali che la band si concede, grazie ad alcuni ospiti che arricchiscono l'organico in alcuni brani e alla splendida produzione di Martino Modena. L'organico dei Lavoirlinge e' piuttosto atipico, e la formazione con due chitarristi (col cantante in doppia veste:singer e chitarrista) potrebbe far pensare ad uno stile affine ai Wishbone Ash o ai Thin Lizzy degli anni d'oro, oppure ad una metal band....niente di piu' errato.Non v'e' traccia di metal, ne' partiture epiche e venate di malinconia e umori folk nella musica dei Lavoirlinge, che invece mi ricordano una versione piu' "pulita", ma sempre potente, di formazioni come Blackfoot,Edgar Broughton Band,Mothorhead,Groundhogs, "shackerati" con gusto con le "avanguardie " dello Stoner meno derivativo,Kyuss in testa.....
L'organo hammond introduttivo di "Shot-leg dogs boogie" ci fa pensare che forse abbiamo sbagliato gruppo, e il riff per meta' "scippato" a "Lazy" dei Deep Purple fa il resto.....("detto" per inciso: a sua volta il riff di Blackmore in "Lazy" non mi sembra affatto "inedito", per note,e scansione ritmica.....problemi per i cultori del Copyright...).In seguitio, l'organista ospite regala(?) una bellissima prova nella cover di "Earthbreaker" dei Free.

"Short-leg dogs" e' uno splendido disco di hard rock seventies,con qualche concessione stoner, suonato "per caso" da italiani.
Chissa' se se ne sono accorti quelli sputa-sentenze a cui alludevo prima, mentre parlano beatamente fra loro di musica e "sociologia" ,seduti con i loro bei blue-jeans "made in -China" e di fronte ad un'ottima,ottima pizza napoletana...magari fatta a Milano, o provincia.....

Il mondo e' vasto.


(STEFANO CODERONI)



BULLFROG- The road to Santiago ( CD, Andromeda Relix, 2004)

Non e'una contraddizione, recensire un CD targato 2004 proprio adesso, nel 2008.....no, non lo e' se il Cd e' "The Road to Santiago" dei Bullfrog.
Il trio veronese ,dedito esclusivamente all'hard rock di matrice blues , piegato all'omaggio sincero ma non servile di Cream,Free,Mountain,James Gang e Bad Company ,in ordine d'apparizione,, non ha una precisa collocazione geografica e temporale, in quanto potrebbe essere nato ovunque e in qualsiasi momento.... l'altro ieri,domani, o semplicemente OGGI, e la sua musica e' in orbita intorno al cuore piu' che fissata fra le date di un qualsiasi calendario.
E' il tempo delle sensazioni, quello che si vive in questo CD, e datare simili sensazioni e' un'atto scortese, oltre che stupido.

Inoltre l'hard rock-blues al "calor bianco" dei Bullfrog non va "bollato" come "impersonale", in quanto il trio veronese non fa niente di diverso di quanto abbiano gia' fatto i loro "padri putativi" Rock, o le loro "muse ispiratrici", o chiamateli come volete....tutti quei gruppi Rock leggendari della fine degli anni 60/inizio 70 che pero' poco hanno aggiunto, a mio personalissimo parere, al genere meno "bianco" che ci sia ,ovvero il nerissimo "blues" suonato ed ascoltato fino allo sfinimento in ogni bettola,casino,sottoscala o anfratto possibile dove si sono consumati la miseria e il disagio di una integrazione difficile se non impossibile.....il resto l'ha fatto la "bianca-solo-bianca" industria del Rock'n' Roll degli anni 50/60, l'unica in grado di incrementare il pigmento bianco di una musica nata solo nera, e offrendo un'esposizione interraziale (leggi: pubblico piu' vasto e piu' ricco) ad un "genere" che "genere" non e' mai stato, ed asservendolo alle acrobazie spettacolari ,psichedeliche e lisergiche che solo una strumentazione piu' ricca tecnologicamente poteva offrire....poi sono venuti i nuovi geni moderni Hendrix,Jack Bruce, e pochi altri....geni di "rielaborazione",comunque.Geni piu' del suono, che della struttura,senza tacerne le miracolose intuzioni.

E' per queste ragioni che invito chiunque si sia perso questo Cd e il precedente "Flower in the moon" del 2001 ad ascoltare senza preconcetti brani come l'opener "Sundance", con le sue armonizzazioni vocali, il bass-solo e l'arrangiamento che fa convivere magistralmente le bordate sonore e le "aperture" melodiche , il boogie scontato ma coinvolgente di "Kissin' May Lou" e la piu' riflessiva "Morning creeping",col suo giro di basso cosi' simile a quelli suonati da Fraser all'epoca dei Free.... Tutti pezzi gia' "sentiti" altrove, ma difficili da ignorare in questa nuova-vecchia veste.....

Ma i brani che lasciano veramente il segno sono altri.
"Boz's walk" ,per esempio,e' un mix perfetto fra Cream e Mountain,cantato dall'ospite Fabio Drusin( componente dei W.I.N.D.),con degli inserti di chitaara wha-wha da urlo suonati dall'ottimo Silvano Zago, con un finale acustico che mi ricorda certe cose del Jimmy Page piu' riflessivo.
"Supersister" e' un crocevia dove si incontrano Mountain e James Gang, e proprio la James Gang dell'epoca- Joe Walsh viene omaggiata dalla cover,piuttosto fedele all'originale, di "Walk away"...in questo caso i Bullfrog non intendono "rielaborare" una materia musicale gia' frutto essa stessa,, di rielaborazione dei "classici".
Ma e' con "Slow Bottom" e la conclusiva "I'll be gone" che si raggiunge ,a mio avviso, l'apice del CD....la prima e' un torrido hard-blues come non ne sentivo da tempo,con una parte vocale tanto vicina a quelle di Paul Rodgers ( e ,in misura minore, David Coverdale coi Whitesnake),da rischiare la collisione.....pero',nonostante la distanza incolmabile con tali talenti,, bisogna riconoscere al bassista -cantante Francesco Dalla Riva un'interpretazione vocale brillante, grazie ad un feeling interiore che non si ferma davanti a limiti tecnici e formali (cantare un genere "jankee" come questo, per un'italiano, e' quasi una "missione impossibile"....).....
"I'll be gone" e' un brano struggente,suggello definitivo di un'anima che si libera, e trova benissimo il modo per farlo.....impostata alla maniera di "Be my friend" (Free) o di ""Fade away" (Bad Company....comunque sempre Paul Rodgers...),questa canzone regge paragoni cosi' imbarazzanti, e sul piano del coinvolgimento emotivo e' solo un centimetro sotto a quella che si definirebbe una "pietra miliare", se solo fosse stata incisa da un gruppo piu' blasonato.

I Bullfrog non sono originali, perche' non lo devono essere....ma sono fra i pochi nel loro genere in Italia a saper scatenare gli effetti dell'adrenalina nell'ascoltatore, come solo i veri rockers sanno fare,quelli col DNA che non conosce passaporti.
Gruppi come i Bullfrog riescono a ripristinare il motus-operandi di coloro che assecondano fedelmente le aspettative di quelli che amano, come in un solito, perenne rituale.

I Bullfrog ripetono quello che ci piace sentire, come certe ninna-nanne che tanto piacciono ai bambini piccoli.
Le hanno scritte gli altri, ma e' la mamma che le canta. ...non e' la nenia ad ammansirli, ma la voce che riconoscono.
Noi siamo adulti , e alcuni fra noi pure orfani.......non si rischia di addormentarsi con "The road to Santiago" nelle cuffie. .......

Dategli una chance...avete tutto, TUTTO il tempo.....

(STEFANO CODERONI)




ANTHENORA--Soulgrinder (CD, My Graveyard Productions ,2006)


Il termine "Anthenora" indica un girone infernale,quello in cui vivono i traditori della patria, immersi in un lago ghiacciato.....una scelta originale,ma coerente, per il nome di una band votata esclusivamente alla conservazione di uno stile tradizionale ed incorrotto.
Provengono da Saluzzo, in provincia di Cuneo,e sono attivi dall'inizio degli anni 90; vantano collaborazioni di tutto rispetto con Kiko Louriero(Angra),White Skull,Chris Bolthendal (leader dei Grave Digger che ne ha curato l'attivita' promozionale),Brocken Arrow, e Power Symphony, ma sopratutto con Nicko Mc Brain degli Iron Maiden che li ha scelti per suonare in alcuni suoi "Drum-shows" in Italia e in Grecia nel 2002,2003 e 2004...e cio' dovrebbe essere abbastanza per farne comprendere il valore..
"Soulgrinder" e' il terzo disco ufficiale del gruppo, oltre a tre demos, che segue il mini-CD "The general is awakening" e il fortunato ed "internazionale" "The last command",pubblicato per l'ispano-tedesca Locomotive Music.
Tanto interesse da parte di "Big" del metal internazionale nei confronti degli Anthenora puo' essere un mistero per chi si fosse perso le passate releases del gruppo,ed e' anche per questo,sopratutto per questo, che bisogna ancora parlare di questo eccellente "soulgrinder" a quasi due anni dalla sua pubblicazione.

Gli Anthenora "nascono",essenzialmente, come cover-band degli Iron Maiden, ma ben presto perdono quella matrice stilistica limitante, aprendosi a altre suggestioni solo ed esclusivamente Metal ,quello con la M maiuscola........Tra gli affiliati piu' deferenti alle matrici classiche del genere in Italia, gli Anthenora sono fra quelli che meglio sanno interpretare l'uso della doppia chitarra ( o "ascia", come farei meglio a chiamarla, visto il contesto in cui opera....), e solo in pochi sanno dare forma, come loro, a quell'alchimia sonora,inesplicabile nella forma ma non nei risultati, che in termini poveri viene definita "atmosfera"....A tutto cio', se non bastasse, aggiungerei che il metal di questo gruppo e' "trascinante"...una parola semplice, ma solo apparentemente scontata;e' fuori discussione come la gran parte delle bands che operano in territori stilistici simili non sappiano riprodurre quel "quid" che trascina l'ascoltatore "oltre" la barriera del suono compresso, e oltre la soglia dello stordimento fisico....gli Anthenora, a mio avviso, sono fra i pochi depositari di una "conoscenza",tutt'altro che iniziatica e probabilmente inconsapevole, che e' "merce" quasi esclusiva dei grandi gruppi del passato, dei padri putativi dell'intera scana Metal.

Passando a "Soulgrinder", il tema dell'"atmosfera" e' gia' centrato direttamente dall'introduzione pseudo-musicale, semplice ed effettistica, ma subito capace di distinguersi dalla massa delle solenni e inconcludendi "intros" che da sempre annoiano l'ascoltatore medio ancor prima dell'inizio del disco....
L'iniziale "Dawn of blood" gia' marca la distanza fra gli Anthenora e i sudditi meno ispirati di un ceto tipo di Metal "ambito" nelle intenzioni,ma ma quasi mai realmente rivitalizzato nei fatti: la voce virile di Luigi Bonansea non ha niente da spartire con le voci efebiche di tanto Power -metal da classifica, ma sa scuotere i nervi e slegare la fantasia di chi ascolta; a coadiuvarlo due chitarristi (Stefano "Pooma" Pomero e Domenico "Mekk" Borra) efficaci e precisi come i piu' perfidi rasoi, e una sezione ritmica da applausi (il bassista Steve Balocco e il batterista Fabio smareglia)....Insieme, cinque elementi coesi ed in grado di effettuare con grandi risultati quella "sintesi" stilistica tanto ambita nell'ambito del metal "classico", ovvero la contaminazione esclusiva tra Metal "old school" di matrice classica anglo-americana e le propaggini piu' spettacolari e celebri del Power Metal tedesco/europeo degli anni 80/primi anni 90. , ovvero le due correnti egemoni del metal da "defenders",come si definisce con una punta di ironia,talvolta...
Alla prima fonte si deve il riffing cromato e gli intrecci chirtarristici,alla seconda il chorus trascinante ma non ruffiano,e l'incedere pseudo-epico di un riff melodico, suonato praticamente all'unisono dalle due chirarre,e cosi raro nella sua efficacia.
"Order of Hate" segue , come da copione gia' utililizzato milioni di altre volte, sciorinando un mid-tempo "defaticante" dopo l'adrenalina fatta scorrere dal brano precedente, ma non per questo si assesta a livelli molto inferiori.....infatti e' un brano impostato su un riff che sposta i sassi, ma conseva una leggerezza d'arrangiamento che ne ottimizza l'aspetto melodico; eccellente la progressione armonica che prepara al "climax" espresso dall'assolo.
"A new rebellion"e' un'altro brano che avrebbe fatto gridare al miracolo in un altro contesto meno ispirato, ma in "Soulgrinder" tutto va valutato in un'ottica un po' diversa....basato su un riff perentorio,ma dal ritmo vorticoso e dagli sviluppi imprevedibili, si distingue per il chorus memorabile e per la parte centrale strumentale,dove le due chitarre sembrano aver capito tutto,sia nelle parti ritmiche,sia negli assoli incrociati.....tutto scontato,ma cosi' efficace!
La title-track "Soulgrinder" e' invece un'episodio meno agile, pesantissima e col suono compresso al massimo consentito in questi territori.....si sfiorano a tratti i Pantera piu' True-metal degli esordi , ma con un suono piu' moderno, ma c'e' meno cattiveria fine a se stessa e meno auto-compiacenza nello stritolare anime e laringi....
"The call of the undead" tiene fede al suo titolo,avvalendosi di alcuni effetti sonori non-musicali alquanto inquietanti,seppur scontati in simili contesti..Anche in questo caso, e' splendido l'arrangiamento della doppia chitarra.
"Undred knives",dal titolo splendido, e invece piu' ordinaria,lenta e atmosferica,con scorci solenni e voce recitativa e sofferta...mi ricorda ,alla lontana,qualcosa dei primi Queesryche,ma piu' cattiva....Ancora una volta l'omaggio ai maestri del genere e' solo un'appoggio alla propria ispirazione ,e non un'atto scortese di plagio banale ed insignificante.;da questo punto di vista,gli Anthenora "prendono" da tutti, ma non depredano nessuno...e questo e' consentito dalla legge e dalla logica,oltre che dalla morale.

Discorso a parte merita "Fatherland", brano che ha le stimmate del "classico"...... un pezzo che, inciso in un qualsiasi disco degli anni 80 avrebbe consegnato i suoi autori agli annali e all'imperituro ricordo........un pezzo che vi spazza via gia' all'inizio,prima ancora di arrivare all'indimenticabile chourus in grado di annichilire le ambizioni di tanti sedicenti "epic-heroes" dei nostri giorni tutt'altro che eroici......Nella parte centrale,strumentale, i "pesi" della strumentazione vengono calibrati con la sapienza dei mastri artigiani,e non con il solo intuito degli apprendisti.....Unico neo in un pezzo altrimenti fantastico: il riff "portante",,magnifico nella sua semplicita' , ripetuto ciclicamente ,troppe volte,senza alcuna variante.....gli Anthenora in questo caso hanno sfiorato il capolavoro.

"Cassandra" ha lo spiacevole compito di seguire a ruota "Fatherland",ma si distingue per la sua struttura meno ordinaria e per una grande interpretazione vocale . questo brano puo' essere definito,fatte le debite proporzioni,un coraggioso mix fra la struttura musicale inusuale dei Queensryche di "Rage for Order",ed alcuni elementi del power metal tedesco..... Solo in pochi "osano" in questo campo, e gli Anthenora offrono una ulteriore prova di uno stile "conservatore" ma niente affatto appiattito su se stesso, e sempre in grado di aggiungere qualcosa di imprevedibile.
A seguire, "Hellish fire", infuocata gia' nel titolo,serratissima e definita da un riff col "fischio" della chitarra sull'ultima nota, un cliche' molto in voga tanti anni fa......il pezzo ha un "tiro" eccezzionale, da autentici fuoriclasse, e forse il merito maggiore va alla sezione ritmica in grado di intensificare il ritmo e far "respirare" la struttura del branoquando occorre....L'epicita' controllata,e la melodia vigorosa fanno di questo brano un'altra gemma che va (ri)scoperta, assolutamente.
Bello e' anche il tema di "Dream Catcher",alternato con sapienza dal riff impostato su ritmi "galopping"( per dirla alla maniera tanto cara ai fans sfegatati degli Iron Maiden.....);il pre-chorus e' improvviso e riuscitissimo,e prelude a qualcosa di migliore, ma il chorus vero e proprio mantiene solo in parte tale promessa.;il brano raggiunge tuttavia l'apice durante la parte strumentale grazie a un "time-signature" da manuale, e un assolo ancora una volta tecnico ed "emotivo" quanto basta.
Ancora "fischi" sull'ultima nota del riff (piu' scontato e molto "deja-vu", questa volta....) della conclusiva e programmatica "Steel brigade", titolo che farebbe vergognare chiunque non si professi un'autentico "difensore della fede".....Il brano e' Judas Priest, e piu' di cosi' davvero non si puo' senza rischiere il plagio e il giudizio in tribunale....... anche gli assoli sono impostati alla Tipton il primo (piu' "melodico/pulito) e alla Downing il secondo (piu' "sporco,con maggiore distorsione)...........davvero niente male per un gruppo "specializzato" in materia Iron Maiden....

In tutto "Soulgrinder" si sentono i martelli sull'incudine,il fuoco che divampa, si ergono i pugni al cielo e si invocano dei e forze che non esistono, o che perlomeno si negano...si ascolta il ruggito di una rabbia di cui non si capiscono origine e limiti, ci si compiace delle proprie accellerazioni cardiache senza rimanerne vittime, si possono far torti,impunemente, perche' la giovinezza e' complice degli errori e attenua il giudizio e nega la pena piu' severa, e si tollerano i torti subiti perche' c'e' il tempo per metabolizzarli,farne carta straccia e far finta di dimenticare,trovando proprio nel tempo, ampio, che rimane il miglior complice per impacchettare il dolore e gettarlo nei fossi delle nuove strade da percorrere.. ....
"Soulgrinder", involontariamente, e' anche tutto questo, un semplice disco di heavy metal ,di quelli "fatti bene", in grado di rinnovare tutti i luoghi comuni che ci tengono compagnia oltre la loro temporanea funzione d'intrattenimento,intrecciandosi ai ricordi che dissolvono, ai venti anni che non ci sono piu', e......e chi se ne frega.

Mi rivolgo sopratutto a quelli che hanno raggiunto gli "..anta..." e che ancora non hanno barattato la propria energia con la tisana di una vita incerta e fallimentare:
probabilmente qualcuno fra voi l'ha gia' capito: non comprarsi una copia di "Soulgrinder" potrebbe essere pericoloso. ...
Domani potreste svegliarvi molto piu' vecchi di un solo,singolo, giorno.....


(STEFANO CODERONI)





ANTONIUS REX---Switch on dark (CD/LP Black Widow Records,2007)


La musica degli Antonius Rex non ha ragione di esistere oltre la sua essenza esoterica...ma non sarei sicuro del contrario....Questo recente lavoro,"Switch on dark", spiega ben oltre l'intuizione superficiale di ognuno,che chi e' dietro queste note ,queste pause,e questi suoni, e' intimamente legato a certe tradizioni culturali che non sempre il Rock ha saputo "leggere" ed interpretare in modo autentico,e corretto.
L'"ensemble"(cosi preferisco chiamalrlo) guidato dalla coppia Bartoccetti/Norton fin dalle sua "primitiva" incarnazione a nome Jacula, ha rappresentato(e a quanto pare, rappresenta...) fin dal suo apparire l'unica entita' del Rock italiano piu' intimamente rivolta al puro aspetto magico/iniziatico privo delle sovrastrutture tipiche del Rocke e degli atteggiamenti kitch e fondamentalmente falsi di tanti altri gruppi contemporanei ,piu' Rock nella loro struttura musicale ma sopratutto piu' inclini a pagare dazio alle esigenze spettacolari tipiche della musica d'intrattenimento. Per non parlare di coloro che,seppur eccellenti sul piano strettamente tecnico/musicale,si professano dark solo per onorare lauti contratti per grosse produzioni cinematografiche. Un po' alteri e "spocchiosi" nel proprio ritiro invalicabile,e ben lontani dal protagonismo "gruppettaro" della generazione che l'ha partoriti, gli Jacula/Antonius Rex possono a ragione rivendicare un'assoluta originalita' sul piano stilistico/musicale e sopratutto sul versante del "dimpegno" sociale, incarnando solo in parte ideali all'ingrosso,banali, troppo facilmente condivisi ma mai applicati.....A loro,e solo a loro,spetta una visione radicalmente "eversiva" dell"impegno" ideologico in senso stretto,immune dalla massificazione, dagli slogans e dai muri imbrattati.

Il loro limite,semmai, e' di natura diversa.......musicalmente e concettualmente,non sono facili,ne immediati,da comprendere,nemmeno dai fans piu' attenti alle evoluzioni del Progressive piu' asimmetrico nelle strutture e nei contenuti...il rischio di essere considerati solo un gruppo "famoso" per merito (o a causa...) della difficilissima reperibilita' dei loro primi dischi "storici" e' forte,e puo' resistere al tempo e anche a questa prova di "forza" rappresentata da questo recentissimi "Switch on dark"......ma mi piace pensare,e convincermi,,se ho capito solo qualcosa, che il "rischio" e' assolutamente consapevole,voluto,e forse anche "meditato".



La seguenza delle note,e sopratutto le pause fra esse, che danno vita alle traccie di "Switch on dark" inducono a pensare,al di la' di ogni ragionevole dubbio,come certi menti costruiscano la loro espressione sulla base di conoscenze,non solo "esoteriche"ma anche psicologiche,del tutto aliene a tanti sterili imitatori. L'induzione a stati "crepuscolari " della coscienza,il senso d'attesa opprimente mai pienamente risolto,non sono solo sporadici "trucchi" da giocolieri del pentagramma,e quelle pause magistrali che "suonano" piu' di qualsiasi nota seguente o successiva,non sono,ne' possono essere frutti del caso...anche di quello piu' " maligno"...E' il metodo,e non la concatenazione effettistica del caso,a giocare le carte magiche di certi travagli creativi.,e a stabilire la distanza fra chi sa e chi imita.......Tuttavia non manca anche in casi esemplari come questo, il solito corredo di voci corali,pseudo salmi e sospiri assortiti, a suggello di una manciata di brani che faremmo meglio a definire autentiche "infestazioni" sonore......Fra queste,citerei in ugual misura la title track,interminabile,la cui seconda parte ci restituisce le malie piu' impressionanti della Gibson di Bartoccetti,sovente relegata ad un ruolo di secondo piano o addirittura assente,volutamente "assoggettata" ad una visione musicale d'insieme che privilegia la struttura e la Forma al di la' delle parti,e degli strumenti, che la compongono, l'incredibile "Fairy vision",brano di maligna eleganza che solo gli eletti possono scrivere.....da notare,quando il "riff" ultraelettrico raggiunge il proscenio, che a differenza di qualsiasi altro gruppo che avrebbe introdotto a quel punto un sontuoso assolo di tastiere e fatto la felicita' di molti ascoltatori ingenui,,gli Antonius Rex risolvono" la faccenda con un "incipit" strumentale assolutamente spiazzante,cambiando ritmo ed inserendo un fraseggio Jazz- blues impensabile e,solo un'attimo prima, " fuori contesto".....Menzione a parte merita il pezzo "Darkotic",il cui solo titolo e' ben superiore all'ironia immediata che puo' sucitare...per non dire sulla musica,probabilmente uno dei pezzi piu' "heavy" dell'intero repertorio di questi musicisti cosi' ostici alla definizione di comodo.


Un plauso particolare va anche a coloro che si sono seduti dietro la consolle e hanno prodotto questo disco.....hanno saputo dare una Forma anche agli aspetti piu' moderni della tecnologia in maniera affascinante, facendo convivere alla perfezione i concetti legati al suono sia nella sua forma di pura percezione fonica/acustica sia in quella della percezione "subliminale" di essa..........chi ha prodotto questo album ha inserito un quid di difficile definizione,direttamente nel tessuto connettivo degli stessi brani,per cui pensarli in un'altra veste,dopo averli sentiti una sola volta,risulta alquanto difficile.....anche questa,e forse piu' di altre,e' pura creativita'.... ....con buona pace degli improbabili "testimoni del male",sedicenti ricercatori di messaggi maligni nascosti nella musica Rock, autori di libri ameni e maggiomente interessati ai proventi economici derivanti dalla carta straccia con cui ingolfano un mercato,quello editoriale,gia' intasato di liquami vari.....



Ai tanti musicisti associati al piu' recente movimento del renumerativo"goth rock" ,ammaliati dal sound sinuoso,dalle voci soprano e dal tormento di facciata, non consiglierei affatto questo "Switch on dark"......correrebbero il rischio di imitarlo,senza averne capito nulla.....e magari otterebbero anche successo.......
Che qualcuno,in cielo o in terra o chissa' dove,non voglia.....


(STEFANO CODERONI)





ABIOGENESI---Io sono il vampiro (CD-LP,2005 Black Widow Records)

Se i termini "malinconia" e "luminosita' " non esprimessero concetti che si escludono a vicenda,si potrebbero utilizzare,in una azzardata sintesi,per descrivere questa ora di musica firmata Abiogenesi,e chiudere il cerchio senza sforzo.
"Io sono il vampiro" e' il quarto disco del gruppo guidato dal chitarrista Tony D'Urso,ed e',a parere di chi scrive, il loro lavoro piu' maturo.Anche in questa occasione vengono riaffermate le due ossessioni del gruppo,ovvero il tema del vampirismo e il dark sound degli inglesi Black Widow ,ma questa volta si evitano certe citazioni un po' forzate e certi effetti grossolani che ne avevano parzialmente svilito il vecchio repertorio. L'omaggio deliberato ai padrini Black Widow e' ribadito,ma contrariamente a tante altre bands incapaci di andare oltre la soglia dell'emulazione sterile e dell'ostentazione tecnica,gli Abiogenesi hanno imparato a distinguere la forma dal contenuto,e adottano solo la forma offerta dai loro ispiratori,a mo' di canovaccio,per esprimere sensazioni ed emozioni solo personali,ed uniche in quanto tali.Non c'e' alcuna riproposizione "in vitro" del sound irriproducibile dei primi Black Widow,ma solo una dilatazione di forme (ed uso) del loro stile originario.""Io sono il vampiro" e' il lavoro piu' "notturno" del gruppo,scevro da qualsiasi eccesso strumentale effettistico,esclusivamente concentrato all'elaborazione e alla descrizione in suoni delle emozioni tanto comuni quanto soggettivamente esclusive (la perdita,il distacco,lo smacco del tempo...);gli Abiogenesi non scrutano la notte,ma le forme che la alimentano e, ,catturandole,ne rimodellano i contorni;cio' che rimane sono quelle forme indefinite,sfuggenti , ma solo per troppa fantasia o per mancanza di contrasto .La stessa timbrica "cantautoriale" della voce di D'Urso,dal tono pacato ben si adatta ad un repertorio che non gonfia i muscoli ma svela l'intimo sotto la pelle,e parla di cio' che sa,e solo di quello. Fra i brani va segnalata la triade di "quasi-covers"(ovvero musica di altri,testi e arrangiamenti degli Abiogenesi)a cui i nostri ci hanno abituato da tempo:questa e' la volta di "Lady in black" degli Uriah Heep,di "Mary Clarck"dei sempre presenti Black Widow,e, addirittura di "Never let go" dei Camel,influenza inaspettata ma non insospettabile in un album cosi' votato all'introspezione e dai tratti malinconici.Le lunghe strumentali d'apertura"Io sono il Vampiro" e di chiusura "Sabba vampire" (quest'ultima solo sulla versione CD) non temono confronti sul piano delle atmosfere suggestive,mentre la gia' conosciuta"Belfagor"(ennesimo tributo ai telefilms /Macabro/Noir/Thriller italiani degli anni 60 a cui quasi tutti i gruppi dell'etichetta ligure BlackWidow Records pare debbano rendere omaggio)e' probabilmente il brano piu' canonicamente "dark sound" del lotto, ma elaborato in un'ottica originale e niente affatto di "maniera"."Vampire blues"invece potrebbe averla scritta chiunque,ma mai "vissuta" e suonata con tanta intensita';da ovazione l'assolo di chitarra di D'Urso,che da solo vale il prezzo del biglietto.

Gli Abiogenesi non pagano dazio al suono claustrofobico tanto in voga negli ambienti dark/doom meno ispirati,ne' si assoggettano al giochino puerile di chi cerca l'annichilimento delle carni e dello spirito,ma solo a parole,o a note. In "Io sono il vampiro" non ci si consegna al buio come condanna definitiva,ne' si cerca alcun balsamo che ottunda nervi,speranze e pensieri; infatti non ci si vergogna affatto di riscoprirsi fragili ,ma mai inermi, magari solo un po' indisciplinati e vaghi,ancora e sempre sospesi fra incertezze e paure.Tra le tenebre,ma non con le tenebre.E con una fiaccola in mano.
Malinconia e luminosita',dicevo,e confermo.

Ho il sospetto che questo disco non piacera' troppo ai doomsters integralisti,ne' agli eterni orfani dell'ala piu' tecnicista del progressive puro,ne' tantomeno agli innumerevoli sedicenti vampiri dei nostri giorni,tanto rossi nel sangue quanto opachi nei pensieri.
E di tutto cio',personalmente,sono felice.


(STEFANO CODERONI)




ORNE---The conjuration by the fire (CD/LP, 2006 Black Widow Records)

In teoria,il compito del recensore dovrebbe consistere nel descrivere e fare chiarezza,anziche' il contrario.In teoria.
In pratica,sono numerosi i gruppi,discografici ,produttori che traggono vantaggio principalmente dall'imperscrutabilita' di certe proposte e dall'ingenuita' del "critico" di turno,incapace di affrontare temi e spunti deliberatamente inquinati. Nell'ambito del rock di chiara matrice esoterica (e non principalmente occultistica),e' tradizione radicata spargere a piene mani frammenti di ideologie sparse,di sincretismo culturale e/o religioso d'accatto e parafernalia a buon mercato.
Gli Orne sono un gruppo davvero strano,una creatura musicale indefinibile, tanti e tali sono i tratti sfuggenti ed indecifrabili della loro musica rivolta piu' a "nascondere","occultare" che a mostrare,"rivelare". Sono Finlandesi,dal 1997 al 2002 si chiamavano Mesmer,e hanno integrato nella formazione l'intero trio dei Reverend Bizarre,probabilmente la piu' celebre doom metal band di quelle lande.La caratura heavy di "The conjuration by the fire" e' molto meno esplicita di quanto la presenza in formazione di tali figuri fa presagire e le traccie di autentico doom metal nella musica degli Orne sono rare quanto il sole nel loro paese d'origine.



Come altri esempi marcati Black Widow Records (Areknames,fra gli altri...),gli Orne inseriscono fra i credits e i rinngraziamenti dell'album una lista infinita di gruppi e personaggi citati come fonti d'ispirazione,di origine e caratteristiche alquanto eterogenee (Black Sabbath,Genesis,Wagner,Morricone, Holst,Van Der Graaf Generator,Spring,Saturnalia,Wigwam etc..)),seguendo una tradizione inaugurata tanti anni prima dai Cathedral nel loro celebre "Forest of equilibrium",in cui i maggiori responsabili del "Rinascimento doom" inglese degli anni 90 vollero rendere omaggio a tanti eroi dimenticati del sottobosco Dark Sound e progressive degli anni 70/primi 80,obbligando i nuovi adepti(leggi nuove generazioni) di sonorita' oscure a scoprire entita' maledette e fino ad allora "merce "esclusiva di vecchi freaks e/ofacoltosi collezzionisti.
Ma il motus operandi degli Orne e' tipico dei circoli esoterici,il cui linguaggio "cifrato" e' ad esclusivo appannaggio degli iniziati. Ho il sospetto che il loro linguaggio di musica,parole e segni sia ,come gia' scritto,volontariamente teso piu' a nascondere che a mostrare;seguendo ,non senza affanno,un certo schema i cui messaggi ultimi si suggeriscono e non si esprimono palesemente,si rischia di disinteressarsi a tutto cio' che si ascolta e si legge e rivolgere l'attenzione principalmente a cio' che manca ,e personalmente non mi va di seguirli in questo campo.Sono convinto che molte ,autentiche ,fonti d'ispirazione sul piano strettamente musicale non siano state affatto citate( un certo folk "neo -pagano" trova spunti eccessivi in certa musica "popolare" nordica molto piu' di citazioni da "progressive-collectors" alla Finnforest,Tabula Rasa et similia...,per non dire che molti dei gruppi "underground" nordici,e non solo quelli,citati in questo caso avevano spesso le medesime matrici prese "a prestito"....) Degli storici Black Widow,a cui gli Orne sono stati recentemente accostati (anche grazie allo "sfiorato" coinvolgimento dello stesso Clive Jones nel progetto...),i finnici mutuano la ricercatezza dell'arrangiamento e la taratura del "peso" dei singoli tasselli strumentali,rinunciando spesso all'invadenza della chitarra elettrica distorta in favore dell'uso accorto e "atmosferico"dell'acustica ,alla maniaera di Jim Gannon su "Sacrifice";solo l'inizio di "Island of joy",con l'accenno di flauto e percussioni,rimanda direttamente,e senza storie,alla ben piu' celebre "Come to the sabbath"....ma la "pratica" Black Widow,per gli Orne,si chiude qui.
Anche se non ritengo credibile un lavoro di sintesi tematica che cita contemporanamente I Rosa Croce con Lovecraft,ritualismo esoterico,tracce alchemiche,neo-paganesimo e filmografia di Mario Bava(!),devo riconoscere alla musica degli Orne una rara, sapiente capacita' di sintesi melodica e suggestione ancestrale .Pur alle prese con un canovaccio scarno che tende alla ripetizione,tessuto in semplici arpeggi chitarristici e tenui backrounds di tastiere,dai toni pacati e melliflui,gli Orne sono in grado di scrivere vere e proprie "songs" scandite da melodie immote ed essenziali,magnificamente interpretate da una voce baritonale che traccia con enfasi "filosofica" la linea di confine fra i mondi,di cui,come scrivono gli Orne all'interno del disco,la musica e' il ponte.
Il loro stile musicale si appropria del folk piu' malinconico ed evocativo delle loro terre,e l'umore di tutti i brani e' elusivo e tende a sottrarsi a tutto cio' che e' riconoscibile come immediato, solido,concreto,e percepito solo dai sensi piu' elementari.L'ossatura dei vari pezzi e' scarna ma mai banale,parsimoniosa sul piano strettamente strumentale e solistico; le cadenze ritmiche assecondano lo sviluppo dei temi melodici e solo rare scosse durante le parti vocali pongono l'accento,per estensione,ai concetti espressi nel testi. I tratti piu' genuinamente rock ,heavy(ma mai metal) e plumbei vengono espressi a parte,in sezioni quasi esclusivamente strumentali,guidate da un basso -leader in fase di mixaggio (caratteristica frequente nel rock-progressive scandinavo).Bisogna segnalare,non senza una punta di delusione,,che le due "sezioni" della musica degli Orne,ovvero quella piu' pacata elettro-acusticae quella piu' fiera e canonicamente heavy-prog difficilmente si compenetrano ed interagiscono durante l'album,e spesso vengono pensate e suonate in modo distinto.
Nessuna sintesi alchemica sembra raggiunta,nessuna nuova lega e' stata forgiata dagli elementi (a)tipici della musica degli Orne,e cio' che era sparso,e' rimasto tale.
Cogliere una chiara e netta fisionomia della musica e dello stile degli Orne ,come dicevo,e' difficile,e le ragioni dell'indubbio fascino di questo gruppo consiste anche in questo;ma non cercate fra i solchi (e i raggi laser) di "The conjuration by the fire" una splendida creatura dai lineamenti seducenti e ferali....o meglio, se vi riesce,provate a girarle intorno,perche' gli Orne,per adesso,sono semplicemente una creatura bifronte.
E vi potreste innamorare due volte.


(STEFANO CODERONI)






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