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ARCHIVIO RECENSIONI LP/CD


INVITAMINERVA--Same (demo-cd, autoproduzione 2009)


Non mi riesce semplice descrivere la musica di una band troppo lontana dai miei gusti musicali.

Gli italiani Invitaminerva sono il bassista/cantante Fabio Valerio, il chitarrista Silvio Chillè e il batterista Angelo Caporizzo ,e la loro musica risente delle loro molteplici e diverse esperienze musicali, maturate in circa venti anni d'attività "separate". La band è attiva da poco più di un anno, si professa seguace di un approccio "cantautorale", alimentando il sound con riflessi di un "indie -rock" fruibile e niente affatto cerebrale o fine a se stesso.

Il gruppo, attivo nell'underground romano, presenta in questo lavoro autoprodotto tre brani originali ben suonati e fruibili, dalle sonorità avvolgenti e concrete al tempo stesso, ma distanti da qualsiasi autentica propensione al "rischio" vero, quello che mette in gioco la reale creatività del gruppo vincente.

In questo senso, pur risultando gradevoli all'ascolto, gli Invitaminerva mi sembrano "neutri" sia sul piano delle scelte stilistiche che nel modo d'affrontarle. Presente nel demo cd anche una cover di Battiato, la tanto osannata "Centro di gravità permanente".

Osannata, ovviamente, da altri.

Personalmente ritengo che la "ricerca" di Battiato sia la sola ad essere stata apparentemente compresa fino in fondo in Italia, ma solo da artisti incapaci e così poco colti da non capire, e non seguire, i percorsi di autentica "ricerca", e non le finte filastrocche "d'autore" afoni che si aggirano in Italia.

E che, aihmé, fanno proseliti.

Ribadisco la mia incompatibilità con tali sonorità, faccio ammenda e mi cospargo il capo di cenere,se necessario. In certi casi sono ignorante per scelta, oltre che per inclinazione.

Non me ne vogliano i cultori di questo genere musicale. Vorrei esserne lasciato fuori, ora, irrimediabilmente e per sempre.



(STEFANO CODERONI)





BAPHOMET'S BLOOD--Metal Damnation (LP, High Roller Records, 2009)


Ancora rigorosamente in vinile-solo-vinile il nuovo lavoro dei Baphomet's Blood, "Metal damnation", 1000 copie di speed metal (quasi) perfetto. Il quartetto marchigiano al suo terzo Lp raggiunge il suo vertice qualitativo, imponendosi fra i migliori gruppi del genere, e non solo in Italia. Se ci si dimenticasse solo un attimo delle invidie e delle beghe interne del nostro belpaese, ci si renderebbe conto immediatamente del livello internazionale raggiunto dal quartetto in tempi brevissimi.

La "virata" stilistica che li ha portati dai piu' grezzi esordi a questo stentoreo acuto di perfida "cattiveria" metal è giustificata alla luce dei risultati, e sono solo questi che contano.

"Metal Damnation" può contare su un lotto di killer-songs dall'impatto devastante (complice un'ottima produzione...), in piena tradizione "raw" speed metal degli anni 80, citando e riproducendo con perizia chirurgica (e in ordine sparso) Mothorhead, primo speed metal teutonico/europeo (Destruction, Kreator, Sodom, Deathrow ,Killers etc.) con un'oncia di malvagità in più, retaggio del primevo Black/Death europeo. La parafernalia "simil-satanica" è, anche in questo caso, garantita sul piano dell'iconografia, ma sopratutto sul piano della posa irriverente.

L'operazione è quasi perfetta, e su "Metal damnation" si ascolta la perfetta combinazione di elementi scontati ma quasi mai espressi con tanto "equilibrio"; in questa ottica mi sento di affermare che i Baphomet's Blood hanno capito TUTTO....

Se alcuni pezzi sfiorano la perfezione relativa al genere proposto ("Evilbringer" su tutte.....era da secoli che non sentivo una cosa simile, in Italia...), in alcuni frammenti di altri brani l'interpretazione vocale è leggermente meno convincente,in quanto priva della carica animalesca della controparte strumentale...... la laringe del leader (e anche chitarrista) Necrovomiterror, un ibrido fra la raucedine di Lemmy e la ferocia di Petrozza, non sempre riesce ad interpretare con la solita determinazione alcuni refrains che avrebbero richiesto maggiore partecipazione sul piano emotivo...... ma è solo una piccola considerazione del tutto personale.

Attivissimi in sede live e attualmente considerati fra i gruppi emergenti del metal italiano "old school", i Baphomet's Blood pagano tributo sul loro nuovo album alla legione dei vecchi "eroi" del Metal italiano degli anni 80, dedicando loro il pezzo dall'inequivocabile titolo "Italian Steel", uno dei migliori del disco. Attenzione però a confondersi troppo con le "vecchie glorie" dall'incerto futuro, in quanto l'attualità richiede più certezze che malinconie e rimpianti. Non so se i Baphomet's Blood rappresentino il futuro di un certo Metal italiano, e in che misura, ma posso affermare senza tema di essere smentito che sono una spanna superiori alla maggior parte dei loro colleghi, vecchi e nuovi, con o senza un passato sfigato alle spalle o una verginità da ricostruire.

A mio avviso "Metal Damnation" è il miglior disco di speed metal "old school" uscito in Italia da lustri.

E ci metto la firma.



(STEFANO CODERONI)






WITCHCURSE / WITCHUNTER - Defenders of the past (LP, Metal Force Records 2009) (edizione limitata, 500 copie, vinile rosso, poster, inserto e adesivo)

Degli italiani Witchunter avevo già scritto recentemente, recensendo il loro valido cd demo omonimo del 2008, che li ha segnalati come uno dei gruppi metal nostrani più promettenti sul piano del recupero della piu' classica tradizione N.W.O.B.H.M., senza sbavature e con un ostentato orgoglio ad esibire musicalmente e visivamente (leggi LOOK) una piena ed incondizionata aderenza al life-style metal "old school", clichés compresi.

Un esempio di dedizione totale al recupero del passato e, al contempo, una consapevole e torva "chiusura" a moderne forme espressive ed attitudinali. In ogni caso, una scelta consapevole e rispettabile.

In questo Split /LP con i greci e quasi omonimi Witchcurse, i Witchunter ripropongono i quattro brani del loro CD demo più il nuovo pezzo "Louder and faster", che conferma al meglio il loro stile roccioso e diretto, in piena osservanza dei dettami imposti dall'ascolto continuo di cult -bands come Tank, Chateaux, Atomkraf e tante altre formazioni prive di eccessivi fronzoli stilistici. L'impegno dei Witchunter è quello di fermare il tempo a 25 anni fa, e di viverci divertendosi....un impegno svolto con molta competenza e coronato da successo. Resta una riflessione, probabilmente oziosa, sulle reali motivazioni che spingono tanti giovani (non necessariamente appartenenti a gruppi musicali) a cercare la propria "isola felice" nel passato,ignorando un presente ritenuto falso e balordo.Ma le risposte sono, e devono rimanere, individuali.

I greci Witchcurse "capovolgono" la proposta degli italiani, presentando 4 nuovi pezzi e un solo pezzo tratto da un demo. Il loro sound ha le stesse matrici dei loro compagni di vinile, accentuando a tratti la relazione con alcuni gruppi più "classici" e meno oltranzisti della N.W.O.B.H.M., e parecchi riffs escono direttamente dal "song-book" dei nomi piu famosi. Di diverso c'è la foga giovanile e la trance agonistica di un gruppo "affamato", che non ha niente da offrire oltre una sana e genuina predisposizione a rendere vivo e pulsante uno stile non originale, ma che si anima esclusivamente se "trattato" e suonato col cuore e con le viscere.... Due elementi di cui si trovano tracce significative in questi Witchcurse.

Questo Split- Lp non rappresenta altro che quello che è: un consapevole ed efficace esercizio di "preservazione" stilistica di un genere che ha subito negli ultimi anni troppi "ripensamenti" e ribaltoni ipocriti: il vero Heavy Metal.

In "defenders of the past" non si sperimenta, non si fa arte e non si fanno proclami: si suona e basta, sudando.

Entrambi i gruppi appartengono all'attuale generazione di musicisti in perenne corsa con la testa rivolta all'indietro e il cuore ben saldo nella solita posizione. Personalmente mi ispirano simpatia, e li rispetto.


(STEFANO CODERONI)






ENDOVEIN--LYNCHED BY FATE (MINI CD,AUTOPRODUZIONE 2009)


Gli Endovein sono un (molto) promettente gruppo Thrash metal provenienti da Torino, gia' in grado di realizzare un mini cd competitivo sia nel contenuto (la musica e la tecnica esecutiva) sia nell'aspetto grafico della loro proposta (cd in papersleeve , con mini poster incluso con tanto di collage fotografico come nella migliore tradizione dei vechi vinili metal piu' o meno "underground"....).

Il gruppo e' influenzato in maniera definitiva dal Thrash degli anni 80, e nelle 4 tracce del cd si ascoltano chiari riferimenti stilistici a gruppi Americani come i primi Anthrax o Toxic, ovvero i fautori di uno stile veloce ma mai caotico, ben ragionato a livello di arrangiamenti e mai troppo avaro di escursioni solistiche di un certo livello tecnico. Anche sul piano concettuale (dei testi....) gli Endovein sembrano aver ben presente la lezione impartita dai gruppi piu' irriverenti e "politically niente affato "correct" di quegli anni ,scrivendo testi intrisi di rabbia mista ad ironia,ben interpretati dal beffardo cantante Ste', autore, fra l'altro, di alcuni vocalizzi che ne svelano le potenzialita' sul piano dell'estensione vocale, non sempre sfruttate, per adesso....

Tra i quattro brani, i piu' interessanti mi sono sembrati il secondo "Enemy of the brain", contraddistinto da efficaci "stop'n'go"(qusi da manuale....) e il terzo, devastante "Kickinthebutt" (serve la traduzione?), un ottimo esempio di carica "controllata". L'unica pecca del cd e' la noiosissima "ghost track" posta nel finale del dischetto,condita da bestemmie ed amenita' varie, un giochino che vorrebbe divertire ed invece irrita..... sarebbe stato meglio inserire un altro brano....o no?

La copertina e' veramente carina... mi ha ricordato qualcosa dei Nuclear Assault, ma con l'ironia dei Sacred Reich.... Ah, dimenticavo....il nome della band , Endovein...un'intuizione quasi geniale.....

Se gli Endovein sapranno capitalizzare il meglio di quanto proposto in questo lavoro,glissando su inutili e niente affatto originali divagazioni stile Prophilax potremmo fra breve riconoscerli come fra i migliori rappresentanti del piu' puro e genuino spirito Thrash metal "old style" in Italia. Se mi posso permettere, mi rivolgerei direttamente agli Endovein ricordando loro che non e' attraverso gli atteggiamenti di facciata che si misura l'attitudine vera dei gruppi, ma solo esclusivamente attraverso la loro musica e il modo in cui la suonano....altrimenti non sarebbe cosi chiara la differenza fra musicisti e casinisti... La differenza e' invece chiara, per quelli che capiscono qualcosa; contate esclusivamente su questi ultimi, perche' siete bravi, lo sarete ancora di piu' in futuro e non avete bisogno di altro.

(STEFANO CODERONI)




ELSEWHERE "Then nothing" (promo cd 2009) (Produzione Moon Voice Studio)


Dopo un inevitabile ritardo dovuto al terremoto che ha colpito la loro terra, l'Aquila, gli Elsewhere presentano il loro nuovo promo cd, gia' pronto da Marzo 2009 ma disponibile solo adesso per comprensibili motivi.

"Then nothing" è un lungo ep formato da tre lunghe composizioni, che segue l'esordio di un paio di anni fa "Between tha arms of the unknown". Dopo l'ingresso in formazione del chitarrista Luciano (dei IV Luna), gli Elsewhere affrontano con maggiore determinazione un compito arduo ed ambizioso: ampliare i confini di un certo "doom metal", contaminandolo con elementi gotici e progressivi, senza snaturarne le matrici spettrali e la vocazione all'introspezione psicologica piu' tetra. Le inevitabili fonti d'ispirazione si trovano nel lavoro svolto da gruppi come My Dying Bride, Paradise Lost, Katatonia, Opeth, tanto per citare i piu' famosi, ma gli Elsewhere non si fermano ai confini del plagio, ma sanno introdurre elementi espressivi propri, e sopratutto in sede d'arrangiamento sembrano essere più che ambiziosi. E' importante ricordare che diversi membri della band sono "nati", musicalmente parlando,pianisti e tastieristi, e solo per ragioni d'organico sono passati ad altri strumenti,con risultati peraltro apprezzabili. Cio' spiega una chiara predisposizione degli Elsewhere nell'affrontare partiture a tratti complesse, arricchite da una ricerca timbrica che raramente trova riscontro nel Doom metal propriamente detto.

La sintesi stilistica a cui ambiscono gli Elsewhere non è ancora completamente realizzata, a parere di chi scrive, in quanto il reparto strumentale ,in certe sue componenti, mi sembra molto piu'smaliziato rispetto all'impianto vocale, molto espressivo e " sofferto" sul piano dell'interpretazione, ma meno "sintetico" sul piano melodico dell'effettivo coinvolgimento emotivo.... Ma visto il livello del gruppo, penso che tra breve i due "reparti" saranno effettivamente complementari.

"Then nothing" prova a spiegare in tre lunghi brani ciò che altri gruppi più ordinari tentano di fare in intere discografie. Ma più che un merito dei pur valorosi Elsewhere, questo è un problema degli altri. Il Cd, che si fregia di una ottima produzione, potrebbe, e DOVREBBE, essere preso in seria considerazione da tutti quelli che si compiacciono del languore della tristezza fatta in musica. Ma per cortesia, non chiamiamolo DOOM..........



(STEFANO CODERONI)




WITCHUNTER - Same CD demo 2008 (autoproduzione)


Il mini-cd dei Witchunter è' un atto d'amore incondizionato per i giorni lontani della New Wave Of British Heavy Metal,quei giorni che, curiosamente, i giovanissimi Witchunter non hanno mai vissuto.

Il quartetto, proveniente dall provincia di Teramo, esordisce discograficamente pubblicando quattro brani completamente votati al recupero delle sonorità più pure di inizio anni 80, con particolare riferimento all'ondata di gruppi inglesi più inclini alle prime, rozzissime, sonorità speed metal come Jaguar, Tank, Atomkraft e variazioni sul tema più canoniche nei tempi d'esecuzione e linearità stilistiche come Holocaust, Chateaux etc....

Trascurando alcune imperfezioni dovute presumibilmente più ad inesperienza in sede di registrazione che a limiti tecnico/strumentali, questo mini Cd è godibilissimo e i Witchunter sanno parlare contemporaneamente al cuore, far muovere il corpo e scatenare l'adrenalina.... per gli standard del genere direi che è più che sufficiente. Per il momento, il gruppo è, a mio parere, ancora privo di quella "malizia" o furbizia tipica dei migliori rappresentanti del genere, ma in quanto a grinta, sincerità e passione non mi sembrano secondi a nessuno. Con un pizzico d'esperienza in più sapranno alzare la testa dal mucchio.

(STEFANO CODERONI)






IN VIRTUTE LUNAE - Naturae (CD, autoproduzione 2007)


"Naturae" e' l'impegnativo titolo del terzo lavoro di questo gruppo proveniente da Forli ,attivo dalla seconda meta' degli anni 90'.
Dopo aver maturato una certa esperienza live,esibendosi sui palchi della Romagna con un repertorio diviso fra covers e pezzi originali,gli In Virtute Lunae sono giunti ad una sintesi stilistica propria, molto lontana sia dalla "grandeur" pomposa e seriosa suggerita soltanto dal nome scelto dalla band ,sia dai percorsi spigolosi e dalle immagini ad effetto di certo progressive rock autoreferente a cui l'artwork del Cd sembra ispirarsi.
Il suono e lo stile del gruppo invece possono essere definiti, all'ingrosso, parenti di un certo "Rock d'autore",certamente scritto e "pensato" seguendo uno stile cantautoriale,incentrato sulle liriche e sulle melodie vocali di base, e soltanto in seguito ampliato ed arricchito da partiture strumentali di buon gusto e mai eccessive.
Il nucleo del gruppo e' costituito dal cantante Filippo Urbini, a cui si devono sostanzialmente le strutture basilari dei brani,e dal chitarrista Graziano Versari,chitarrista raffinato e dotato di un gusto raro, autore di buona parte degli arrangiamenti.

Per evitare equivoci,va detto che la musica di "Naturae" lambisce i territori cari al rock progressive,ma non rimane impantanato nella struttura "complessa" per definizione....Gli In Virtute Lunae sembrano fedeli soltanto ad una ispirazione sincera ,e quindi non precostituita, espressa in maniera semplice ma non semplicistica, con una forte matrice "autoriale" (il brano " A nome di tutti " e' un tributo a Fabrizio De Andre') che tuttavia non indebolisce la prova corale,"d'insieme" del gruppo in sede strumentale,ne' ignora le possibilita' offerte da un'approccio leggermente' "arty" e dalle minime tentazioni psichedeliche.
Se in alcuni passaggi si possono trovare tracce nette del passaggio della tradizione progressiva (come nel brano "L'opportunista")intesa come forma di espressione libera e dai tratti spiazzanti, in altri brani come "Autunno indiano" il progressive puo' essere interpretato nella suo significato probabilmente piu' corretto,ovvero come forma agglutinante di matrici musicali diverse (in questo caso musica etnica,rimandi jazz....)....
Per far contenti i fans del Progressive italiano e "forzare" un poco l'analisi prescindendo dai reali tratti in comune, potrei avvicinare questo gruppo ad alcuni gruppi storici del progressive italiano d'annata (anni 70) che riuscirono a far convivere un'ispirazione dettata dalla "forma-canzone" e dai forti contenuti lirici,con l'onda lunga del rock strumentale infarcito di soluzioni musicalmente "colte" e piu' o meno, d'avanguardia, come gli Odissea,I Jumbo. I Capitolo 6,i primi Delirium, in ordine sparso.......Il paragone serve soltanto per far capire come gli In Virtute Lunae assorbano una larga gamma si influenze,introducendole con garbo in un tessuto sonoro di base che deve poco al progressive rock; il risultato finale e' pero' piuttosto vario e si presta ad una "lettura" musicale a largo respiro e non ristretta ai cliche' tipici di alcun genere in voga.....quindi, in parole povere, un sound che progredisce piu' di altri ritenuti GIA'progressivi e che invece sono scontati e ripetitivi oltre la soglia della tolleranza,o del dolore........

Tra i brani vanno segnalati anche l'iniziale "Senza controllo",uno sfoggio muscolare che ci rivela un' anima Hard appena dischiusa, "Tutto appare"che si avvale di ottime tastiere "ritmiche" e in cui il batterista Maurizio Biondini e il bassista Livio Palotti danno il meglio di se, e "Natura" e "Viola", due brani che non tutti saprebbero scrivere,e "vestire" strumentalmente con tale garbo...due episodi in cui il gruppo sfiora l'eleganza formale,addirittura....


In conclusione, va detto che in sede di presentazione di questo Cd, gli In Virtute Lunae si professano per quello che sono, ovvero "non professionisti".....

Non riesco a capire se anche questa (la modestia) sia una Virtu'......comunque,pur non essendo un giudice, li assolvo per questo.


(STEFANO CODERONI)









FALLEN FUCKING ANGELS-Everything concernin' pork (CD,Slow food play fast Records,2008)




A dispetto del nome scelto dalla band, che invoca l' (in)successo a gran voce, il trio speed metal italiano Fallen Fucking Angels e' molto piu' "serio" di quanto il loro moniker suggerisce.
Con una costanza esemplare e una assoluta dedizione alla "causa" del metal piu' puro ed incontaminato degli anni 80, la band arriva ad una ennesima release underground, completamente auto prodotta, che si aggiunge ad una discografia precedente fatta di demos e lavori dimostrativi.
Il tentativo di riuscire a ignorare l'indifferenza delle etichette di settore e' in buona misura riuscito, e pur essendo costretti a registrare il lavoro in tre diverse fasi, I Fallen Fucking Angels somo riusciti ad incidere il loro lavoro piu' rappresentativo .
Il loro repertorio e' ad esclusivo vantaggio delle cosidette "heavy metal ears",ovvero tutti quei padiglioni auricolari iniettati da scariche soniche a base di Marshall a tutto volume, quelli che hanno imperato negli anni 80 e continuano a farlo nei cuori di tutti coloro che "difendono" quel modo genuino di approcciarsi alla musica Metal, a dispetto dei trends del mercato e del maquillage imposto da case discografiche e gusti "ballerini" del pubblico piu' volubile.

Lo stile dei FFF e' uno speed metal "conservatore" fino al midollo, "sporcato" in alcuni episodi da un'attitudine che sfiora il punk nel modo di porgere ma non nella struttura e nei suoni, e con molteplici riferimenti al power metal "eroico" (ma non Epico) della scena underground americana degli eighties; i fans di vecchia data di Exciter,Razor,Obsession,Piledriver etc, prendano nota e aprano il portafoglio.....

Osservando la copertina, che certo non invita all'acquisto immediato, si puo' capire che la vera ossessione del gruppo non e' tanto il "Fucking" quanto l'abuffata di salumi....il loro "trasporto" verso insaccati di ogniu genere trascende il concetto di "passione" e si allinea con qualsiasi autentica dichiarazione d'intenti di natura filosofica.....Pare che siano nati per godere delle delizie del palato.
Non mi risulta che fin'ora ci sia mai stato un album rock interamente dedicato al maiale e al suo "uso" culinario, forse se si eccettuano alcune releases di gruppi pseudo-comici dediti a minchiate di dubbio gusto,che hanno saputo solo spingere verso i limiti della nausea gli ottimi spunti musicali/lirici e la strada aperta da quei grandi musicisti che sono Elio e le Storie Tese, al di la' dei gusti soggettivi.....

A questo proposito,va detto che al massimo i FFF possono rappresentare la variante "digestiva" dei tedeschi Tankard; laddove i crucchi non temono concorrenza al cospetto delle pinte di birra, i nostrani FFF si dedicano "anima e core" (e forchetta) al loro miglior amico:il suino.
A proposito....l'interno del booklet e' completamente dedicato ad uno strepitoso e debordante esemplare di maiale.....E' lecito a questo punto chiederci se si tratta effettivamente del quarto elemento del gruppo.....Dal punto di vista dell'ispirazione, indubbiamente SI.

Ai metallari in genere e' bene ricordare che i Fallen Fucking Angels vanno seguiti con attenzione, perche' il loro approccio sarcastico e divertente e la loro immagine disimpegnata non deve distogliere dalle loro qualita musicali, che ci sono e a tratti brillano al di la' di qualsiasi preconcetto nato dal nome,dal look, e da quant'altro....Un brano come "Under Martial law" avrebbe fatto gridare al miracolo se inserito in un qualsiasi CD di un gruppo "emergente" di qualche nota etichetta, con tutti quei cliches' cosi retrogadi ma cosi dannatamente efficaci che ci riportano,senza traumi,a quelle atmosfere da comic-book che solo i grandi gruppi degli anni 80 erano in grado di creare, con quell'alchimia sonora che trascendeva la tecnica esecutiva,i pattern piu' evoluti tecnicamente,la "sofisticazione" degli arrangiamenti e della resa sonora e la produzione ad alto budget.
Credetemi, i FFF non scrivono niente che non sia gia' stato scritto,non mangiano niente che non sia stato gia' digerito, ma l'intensita' di certi loro brani,il sudore e il sangue che vengono versati in "Everything concernin' pork" appartengono solo a loro.

Questo e' un Cd "povero" se si parla di budget e resa sonora, ma molto "ricco" sul piano della passione,della sincerita' e della voglia di vivere, suonare e .....mangiare.
Servitevi pure.

I vegetariani si astengano.

(STEFANO CODERONI)










TIJUANA CAB COMPANY- Six pack (CD ,Autoproduzione 2008)

Ammettiamo che la copertina di questo Cd non sia la piu' intrigante,e riconosciamo pure che trovare un'idea nuova,in musica e in generale,sia una chimera...Ammettiamolo pure.
E scordiamoci di poter trovare un nome originale per un gruppo rock che sia immediatamente riconoscibile e che non sia il frutto di una fantasia cervellotica.

Il "dono della sintesi" dei Tijuana Cab Company,dal punto di vista grafico, consiste nell'aver "compresso" nel piccolo spazio di pochi centimetri (di copertina) dei riferimenti espliciti al "perche'" del proprio nome e del titolo di questo CD....operazione non proprio facilissima,e risolta dignitosamente nonostante i pochi mezzi a disposizione....Chi fosse interessato a capirne di piu', indaghi pure.

Il "Pacco da sei" servito dai Tijuana Cab Company e' un Cd di sei brani che,gustato dall'inizio alla fine,ti scalda ma non ti brucia, ti rende molto allegro ma ti conserva ancora lucido....Sei brani,sei birre.....Se si ripete troppe volta l'operazione, si perde il conto, e i sensi....

Il gruppo e' italiano,si e' formato pochi anni fa nei dintorni di Trento, e il suo repertorio e' tipico delle band rodate a suon di covers su covers...Dopo essersi distinti principalmente come band "live"specializzata in "renditions" di pezzi degli AC/DC,Hellacopters,Guns'N'Roses,Backyard Babes etc, hanno deciso di promuoversi come band di materiale originale, ampliando il proprio spettro sonoro integrandolo con ulteriori influenze,tutte da ricercarsi nell'hard rock stradaiolo e lascivo,ben impiantato nello sterminato suolo della tradizione 70/80 ma con referente osservanza della piu' recente "invasione" scandinava.

Ma a differenza di molte band che seguono questa corrente, I Tijuana Cab Co. tengono la barra del loro stile ben dritta sulla "rotta" dell'hard rock di derivazione "street" piu' classico, con assoli chitarristici,uso dei riffs e impostazione vocale quasi del tutto lontani da certe indulgenze ed attitudini "punk" tipiche dei gruppi di punta di quel settore ....Se ora anche Hanoi Rocks, Motley Crue (i cui dischi compaiono nella back cover del CD) e simili integrano lo stile dei TCC, non si puo' negare che questo gruppo ha l'innata capacita' di "tenere insieme" tante influenze tanto chiare e nette da sembrare imbarazzanti,senza correre il rischio di imitarne sfacciatamente solo una o due.....Insomma, per essere chiari: i Tijuana Cab Company non tradiscono nessuno,perche' si scopano contemporaneamente tutte, e tutte contemporaneamente nello stesso letto...e ne escono pure freschi e pronti a ricominciare....Parlo di musica,naturalmente,e ricordo ai morbosetti che esistono le metafore...

Dei sei pezzi di "Six Pack" non ce n'e' uno particolarmente piu' riuscito, in quanto tutti sono di buon livello,e tutti riassumono al meglio lo stile sporco (ma non troppo) dello street metal "accessibile" riciclato in chiave Hard Rock,qualche volta con sporadici accenni di Glam virile e non macchiettistico, e altre volte reminescente della lezione dei maestri(quasi tutti) dei seventies e dei primi anni 80.
Se tutto cio' puo' sembrare l'opera di un gruppo fondamentalmente privo di personalita' propria, l'ascolto attento di "Six Pack" risolvera' il dubbio e confermera' l'ipotesi...ma attenzione a non limitarsi a questo..... I Tijuana Cab Company infatti hanno fatto un bel CD, con sei pezzi tanto nuovi quanto gia' "classici",che potrebbero essere tanto originali quanto covers,per quanto sono pervasi da quell'aura "sporca" e sacra del vero Rock che puzza di malto e di copertoni bollenti, ruote infiammate,polvere sulle labbra,respiri affannosi e sudori post-coito....Queste cose,come il Rock'n'roll, non le ha inventate, in toto, NESSUNO...

"Six pack" e' un concentrato di idee altrui,d'accordo...Ora come (quasi) sempre.
"Six pack" ,per rincarare la dose,e' anche una stratificazione di cliches....ma non e' forse cio' che e' sempre piaciuto ai rockers?

Sappiamo come abbia fatto male al Rock un trattamento "tecnologico/minimalista/industriale" poco accorto e poco ispirato, per cui poco mi spaventa nell'ambito Rock quanto la negazione e il superamento artificioso del cliche'....

"Six pack e' un mirabile esempio del "poco pensare" del Rock'n'roll, niente affatto cerebrale ma con l'apparato riproduttivo ben funzionante....la riproduzione della specie non e' altrettanto "cliche"?


"Six Pack e' solo questo, e niente di piu'...giuro che non lo ripeto.
Se e' facile farlo cosi,decidete voi.

(STEFANO CODERONI)













FINGERNAILS- Destroy western world ( CD-OLD METAL RECORDS)


Poche storie: I Fingernails non erano, e non sono, il "tipico" gruppo di metal "ortodosso" e tradizionale tanto amato dai metallari nostalgici.
Attivo dagli albori degli anni 80, il gruppo del chitarrista cantante Maurizio "Angus" Bidoli" ha da sempre rappresentato l'ala piu' oltranzista del movimento metal di allora,un movimento musicale non ancora contaminato dalle frange estremistiche del Thrash o del Death/Black metal ,all'epoca ancora nelle loro rispettive fasi embrionali.
Era il rock'n'roll piu' cinico e diretto(quello dei Mothorhead,per intenderci),l'attitudine sospesa fra Punk e Metal, e una certa insana vena "hard-core"(parlo di musica,e poco altro...) ad animare il trio capitolino in quei poveri,ma per qualcuno assolutamente "gloriosi" anni 80.
Gia' allora lo speed metal crudo ed abrasivo din Angus e soci non incontrava le simpatie dei "defenders" piu' canonici,quelli sintonizzati esclusivamente sulle frequenze del True metal alla Judas Priest o Iron Maiden, per non parlare dei rockers piu' volubili ed inclini al fascino dell'hard rock a stelle e strisce.


I Fingernails invece facevano proseliti nell'ambiente Punk, pur non essendo assolutamente punk nello stile,ma condividendone l'attitudine sfrontata .La loro musica, il loro stile senza fronzoli,ne' pose da rockers sfigati, catturo' l'attenzione di chi chiedeva alla musica,prima di ogni cosa,la spontaneita'di chi vive e suona senza pensare ad un domani.

Dopo un solo album e pochi demo-tapes, lo scioglimento. Raramente a Roma un gruppo metal e' stato cosi' rimpianto.
Poi qualche timido tentativo di prendere strrade diverse.
Riccardo "Duracell"Lipparini, il batterista, morto in un tragico incidente stradale. nel 1996.
Fine dei giochi,questa volta davvero.

Se i Fingernails, come cratura "collettiva" morirono in quegli anni, la loro "anima" Maurizio Bidoli ha continuato la sua strada,fatta di molteplici esperienze,tenacia e rigore morale....a differenza di tanti suoi vecchi colleghi di quell'epoca passata, "Angus" non ha mai prestato il fianco alle critiche,e non ha mai barato,nella musica e nella vita, "vendendosi" al primo psudo-discografico con la puzzetta sotto il naso, continuando a suonare soltanto musica lontana dalle mode....Senza alcuna "marchetta" a sporcare il suo lungo curriculum,ha atteso, con dignita',senza lagnarsi,facendosi trovare pronto quando la ruota della fortuna (si,proprio quella che,musicalmente,non ha mai conosciuto.....) ha cominciato a girarfe dalla sua parte.


Dopo alcuni tentativi ( a nome Kaotika) di ripristinare il sound dei Fingernails, ha rifondato il gruppo dapprima con il fido bassista Marco "Bomber" Santoni,e assieme al batterista Fabrizio Lucidi e al cantante Anthony Drago (Raff,Kaledon..) nel 2005 ha rilasciato il promo CD della reunion, ovvero "Hell'n'back".
"Hell'n'back,pubblicato privatamente,ha attratto l'attenzione del responsabile dell'etichetta americana Old Metal Records,che ne ha voluto fortemente la pubblicazione. ristampandolo assieme alla ristampa del primo omonimo Lp dei Fingernails,uscito originariamente nel 1988, e con alcune bonus tracks...."Hell'N'Back" e' diventato dunque un CD ufficiale,comprensivo sia del primo album omonimo,sia del promo Cd del 2005 da cui prende il titolo,conservando la grafica originale delle due copertine /booklet originali.

La pubblicazione di "Hell'n'back" e' stata ben piu' di uno stentato "ripescaggio" dell'ennesima fiacca bands dai trascorsi trscurabili, rivelando anche ben oltre i confini italiani la forza prorompente,e sopratutto,l'ATTITUDINE" del gruppo capitolino.....
Il nuovo prodotto sul mercato e' servito come volano ai Fingernails dper riassettare la formazione ed incidere un nuovo,atteso lavoro.

Il CD "Destroy western world" ha un titolo piuttosto illuminante circa i temi trattati, ma la bella copertina del CD puo' trarre in inganno i metallari che non conoscono lo stile deiFingernails .....infatti l'artwork attrarra' senz'altro i seguaci dell'epic-metal, o del power/metal piu' ispirato a temi bellici o mitologici,ovvero tutto cio' che e' assolutamente distante, e per certi versi opposto, allo stile e alla filosofia del gruppo romano. ...
Anche il nuovo Cd suona sporco e diretto,quintessenziale nella sua ricerca esclusiva del coinvolgimento fisico, ,riuscendo ad intrappolare la carica "animalesca" che il gruppo esprime dal vivo.
Marizio Bidoli e' rimasto quello che e' sempre stato: un chitarrista unico nel suo genere , poco "evoluto" sul piano strettamente tecnico(un po' troppo simili nella struttura i suoi micidiali assoli "fast and furious"..),ma musicista preparatissimo in sede hard/blues e psichedelia, come forse nessun altro chitarrista gravitante nell'area strettamente Metal in Italia....eccellente dal punto di vista ritmico,riff-maker non originalissimo ma assolutamente devastante, ma sopratutto in grado di dare un proprio originale ed irripetibile tocco a ciascuna nota..... Se e' vero che che la differenza fra un musicista ed un artista consiste principalmente nel modo in cui la musica,oltre ad essere eseguita, e' intimamente VISSUTA, Bidoli potrebbe essere giudicato ben diversamente da semplice musicista senza pretese come lui stesso si definisce......Alcuni possono suonare meglio di lui, ma nessuno suona COME lui...... ..e NON e',come qualche assonnato critico del ciufolo potrebbe definire ."una questione di "Feeling".....
Dietro quelle note ci sono Palle,ragazzi....di quelle tonde tonde.....

Il sound dei Fingernails,fortemente influenzato dallo speed-rock'n'roll con attitudine punk dei Motorhead,e' arricchito da tracce di "divagazioni" psichedeliche e blues (seppur geneticamente "mutate") impedendo ai rocciosi e veloci brani di "Destroy western world" di prendere tutti la stessa strada priva di sbocchi.


Il nuovo bassista Big Ricchard si e' ben amagamato al resto della formazione,ed alcuni brani hanno un "tiro" ritmico addirittura maggiore rispetto al passato.Tuttavia il bass-player storico dei Fingernails,Bomber Santoni, e' ancora presente in tre brani di questo nuovo lavoro.
Al batterista Lucidi il merito di aver preso un posto vacante veramente insidioso,e non soltanto per meriti tecnici...la sua prova e' veramente buona,e limita al minimo i rimpianti....
Il cantante Anthony drago ha una bella voce,piu' estesa e tecnica rispetto a quella di Angus,che questa volta canta solo in pochi brani,come nel precedente Promo Cd del 2005.....Drago non possiede quella carica vocale grezza e un po' folle del suo chitarrista, e pur avendo svolto un lavoro piuttosto valido,la sua voce piu' impostata , la sua timbrica piu' canonica e la sua maggiore estensione vocale lo rendeno piu' adatto ad altri tipi di Metal piuttosto che allo stile "straight-in your face" dei Fingernails.....la voce di Bidoli e' superiore a quella di Drago soltanto sul piano del maltrattamento delle tonsille,ma in un genere fondato su canoni espressivi non propriamente "estetici" come quello dei Fingernails, spesso il limite ed il difetto assumono ruoli imprescindibili.

Il nuovo Cd dei Fingernails e' fedele allo stile e al passato dei Fingernails, per niente appesantito dalla malinconia e dalla nostalgia dei vent'anni che non tornano.Quello che suona adesso parte dallo stesso punto di prima, quando l'orizzonte sembrava piu' vasto e bastava guardarlo per arrivare a toccarlo.

Parte prorpio da li ,come prima e come sempre...dal centro del cuore.



(STEFANO CODERONI)




BLOOD THIRSTY DEMONS---Mortal remains (CD MY Graveyard Productions,2007)

Non e' necessaria una buona memoria per conservare "Mortal remains" nei propri pensieri.
Basta averlo visto una volta sola,ancora prima di ascoltarlo.
Affidarsi a Caravaggio e al suo San Gerolamo scrivente,per la copertina, non e' il massimo del rischio per gli autori di questo CD,ma l'effetto e' assicurato...a vita.

I Blood Thirsty Demons giungono al loro quarto disco da studio, e questa volta lasciano un marchio indelebile nello sviluppo di un certo Metal "di genere".
E' cosa nota,infatti,che il corso del Metal piu' tradizionale e impermeabile alle "mutazioni" tecnologiche degli ultimi anni, si sia diviso al suo interno in tanti piccoli rivoli stilistici,tutti autonomi e con caratteristiche distinguibili.....fra questi, il cosidetto "Horror Metal" "sottogenere" di cui I Blood Thirsty Demons sono interpreti fondamentali, e' quello piu' assoggettato all'influenza "visiva" del cinema horror "storico",quello imparentato strettamente con l'estetica dei B-movies......ma per non generare confusione, questo filone del metal non ha niente da spartire con l'altra fazione di gruppi sedotti dal genere "splatter-gore", devoti al metal piu' estremo ,a cavallo fra il death e il grind, e rappresentato da figuri come Cannibal Corpse e discendenti vari........infatti ,alla rappresentazione della violenza sconsiderata ,al particolare disgustoso e al vouyerismo da mattatoio del genere splatter e che definisce solo in parte l'opera di autori "responsabili" del suo avvento,come Lucio Fulci e company, vezzeggiata dai rappresentanti di quest'ultima propaggine dell' extreme-metal , e' il cinema piu' attento ai contrasti,alle zone d'ombra,alle emanazioni mefitiche,quello che piu' appaga l'immaginario macabro di gruppi come i Blood Thirsty Demons, maggiormente sedotti dalla celluloide "antica" dei capolavori dell 'Universal, della Hammer,di geni-artigiani come Mario Bava., e musicalmente affini al metal oscuro ed ossianico degli anni 70....I Blood Thirsty Demons mirano ad una sintesi fra suggestione sensoriale ed effetto -shock visivo ed immediato, facendo evaporare l'opprimente clima ferale di certo Doom metal "d'autore" con scosse telluriche dall'impatto emotivo e coinvolgente....... sono abilissimi a tessere trame musicali cosi poco realistiche in una pellicola "girata"in rigoroso bianco e nero, sporcandola,quando serve , con fiotti rosso-sangue.


Parlare di "processo evolutivo", o di perfezionamento dello stile dei brani di "Mortal remais" rispetto alla precedente produzione del gruppo e' sbagliato, in quanto si discute di un genere gia' "consolidato" in prospettiva "storica", gia' ampiamente definito dai suoi iniziatori,i primissimi Death SS ,quelli di Paul Chain.
Per questa ragione,qualsiasi divagazione eccessivamente elaborata o tecnica avrebbe portato il gruppo a lambire territori cari a certo Dark/Prog ancora piu' nobile ( Atomic Rooster,Black Widow,High Tide...),oppure a sfiancarsi alla ricerca di un fraseggio a tratti troppo serrato (Mercyful Fate,King Diamond...); i Blood Thirsty Demons puntano invece, in questo loro quarto disco, a filtrare il loro suono fino alle fibre piu' interne, a sfrondarne le ridondanze soniche e a togliere quei lembi di carne e pelle superflui,lasciando i nervi scoperti......il suono si fa scarno,essenziale, ridotto al "minimo vitale",ma proprio per questo efficacissimo ad elaborare e diffondere residui psichici prossimi al sistema connettivo.
L'"horror metal" dei Blood Thirsty Demons e' devoto solo alla lezione impartita tanti anni fa dai primi Death SS, gli unici ad aver saputo usare la materia- Black Sabbath ( i riffs e l'atmosfera..) amplificandone a dismisura le implicazioni kitch da B-movies macabri e rielaborando il tutto alla luce (?) di un'approccio molto piu' "punkish", con l'uso della voce malsana,perversa, ai limiti della provocazione "shock-rock".......I Blood Thirsty Demons hanno lasciato tutto cosi' come era nel 1980/84,piu' o meno, come se Paul Chain fosse ancora intimamente legato a certi temi occultistici e come se Steve Sylvester fosse rimasto insensibile all'industria che si trasforma e alle sirene dei suoni tecnologici e dei nuovi miti che ne traggono linfa,ma poca ispirazione.
Cio' che aggiungono i Blood Thirsty Demons sono le loro canzoni,questa volta eccellenti, che non vivono solo di luce riflessa,ma di tenebra,seppur "posticcia"....Si, perche' titoli come la splendida "Day By Day", "Deadly sins" e "Upon the cross" trasudano emozioni vere, ma vengono "pensate" e realizzate col fare artificioso del film-maker con pochi mezzi a disposizione,in grado ,col suo solo talento,di dar forma compiuta ( e divertente..) alla paure ancestrali, avvalendosi solo del cartone e della colla, dell'uso sapiente della macchina da presa,e della complicita' delle ombre .......Tutto e' "make -up",finzione e artificio nella musica dei Blood Thirsty Demons,ma la puzza di muffa, il tormento dell'attesa ,la disfatta della carne,e lo scarso candore del sudario sembrano autentici e assaltano il naso e gli occhi, imprimono una sensazione che va al di la' dello sguardo, percepita quasi dall'olfatto, ma, sopratutto,opprimono lo spirito....

La bellezza "di genere" non condivide canoni estetici assoluti ( a patto che essi esistano....),e non si assoggetta ad altro che alla propria forma artificiosa e duratura....e' solo per questo che i Blood Thirsty Demons scelgono di cantare con tale voce sgraziata,maligna ,che non nasconde un'insano sarcasmo, e che ha poco anche dell'intonazione austera e "mistica" di certo Doom metal ( solo "parente prossimo" dell' Horror metal.....), e non si curano affatto dell'effetto involontariamente comico che certi temi trattati possono provocare...conoscono bene il rischio di non saper distinguere il film dai tratti deliziosamente "pacchiani" dal "brutto" cartone animato.............intuendo il pericolo,ne misurano i confini,ne lambiscono gli argini, scelgono il loro loculo e vi si siedono ,con l'espressione immota e i denti sporchi di sangue.
Spostarli da li sara' un'impresa .

(STEFANO CODERONI)



LAVOIRLINGE-Short-leg dogs (CD, Andromeda Relix, 2007)

E' opinione diffusa che i cromosomi che hanno generato la nascita e lo sviluppo del Rock e dei suoi generi piu' "puri" siano patrimonio genetico esclusivo degli anglo-americani, e che sia impossibile una diffusione capillare di una certa cultura nelle amene lande italiane.
Sono anni, ANNI, che ascolto tante parole in liberta' ,dettate da ignoranza e preconcetti, pronunciate da persone prone ed inconsistenti,avvelenate dai soliti luoghi comuni . Ho guardato tutte le loro facce, facce tutte uguali, con lo sguardo spento e con il ghigno del saccente stolto, con la postura tipica di chi e' vittima di una vecchiaia precoce, che annienta lo spirito e l'intelletto prima di accanirsi sulle fibre organiche.

A tutti questi dotti signori,bisognerebbe ricordare che non basta suonare una musica piu' affine alla propria tradizione culturale per poter affermare di essere "seri" sul piano artistico, e bisognerebbe mostrar loro quanti autentici cialtroni infestano miriadi di gruppetti italiani che pensano di essere "credibili" solo perche' suonano Progressive rock anni 70 e fanno una spastica parodia del Banco,PFM,Orme e storia-rock tricolore che fu.........Questi signori non investono un'oncia di talento in questo o altri generi, perche' non ne hanno,semplicemente.
Per cui non bisogna considerare "avventati" coloro che si rifanno ai sacri testi "stranieri" , riutilizzandone interi stralci interi stralci....un clone e' un clone, che abbia copiato Hemingway o il compitino del "vicino di banco".....

I Lavoiringe sono italiani (la pronuncia francese e' "lavuarling") ,ma della storica avanguardia progressiva italiana ne fanno coriandoli, e si interessano solo all'hard rock degli anni 70, quello degli inglesi, degli americani ,quelli che non sanno chi sia Dante e il "dolce stil novo",ma quelli col vetriolo nella lingua,l'alcool nel sangue e il peccato sopra e sotto la cintola.

Nati nel 1996 come cover band dei Nirvana,si facevano chiamare Anastesia... ..poi, con un imprevedibile impennata d'ingegno,hanno cambiato nome in "Questura" (!!?), per poi, comprensibilmente,cambiare ancora fino ad " approdare" all'originale ma poco memorabile "Lavoirlinge".
Smessi presto i panni sgualciti dei Nirvana, si sono spostati verso una forma di "contrazione" fra sound "groovy" dello stoner e un piu' canonico e tecnico hard rock di matrice seventies,con forti connotazioni blues e southern, grazie sopratutto alla voce incredibile del chitarrista-cantante Nicolo' Carozzi, un'ugola frutto di chissa' quali miracoli genetici, tanto e' roca ed espressiva,e impostata alla maniera dei grandi cantanti del passato,quelli che hanno la voce che si e' "fatta" sulla strada, tanto per intenderci.....
"Short-leg dogs" segue l'esordio "Rumbling machine" del 2004, e si distingue grazie ad una cura maggiore degli arrangiamenti,ora piu' consoni ai nuovi orizzonti musicali che la band si concede, grazie ad alcuni ospiti che arricchiscono l'organico in alcuni brani e alla splendida produzione di Martino Modena. L'organico dei Lavoirlinge e' piuttosto atipico, e la formazione con due chitarristi (col cantante in doppia veste:singer e chitarrista) potrebbe far pensare ad uno stile affine ai Wishbone Ash o ai Thin Lizzy degli anni d'oro, oppure ad una metal band....niente di piu' errato.Non v'e' traccia di metal, ne' partiture epiche e venate di malinconia e umori folk nella musica dei Lavoirlinge, che invece mi ricordano una versione piu' "pulita", ma sempre potente, di formazioni come Blackfoot,Edgar Broughton Band,Mothorhead,Groundhogs, "shackerati" con gusto con le "avanguardie " dello Stoner meno derivativo,Kyuss in testa.....
L'organo hammond introduttivo di "Shot-leg dogs boogie" ci fa pensare che forse abbiamo sbagliato gruppo, e il riff per meta' "scippato" a "Lazy" dei Deep Purple fa il resto.....("detto" per inciso: a sua volta il riff di Blackmore in "Lazy" non mi sembra affatto "inedito", per note,e scansione ritmica.....problemi per i cultori del Copyright...).In seguitio, l'organista ospite regala(?) una bellissima prova nella cover di "Earthbreaker" dei Free.

"Short-leg dogs" e' uno splendido disco di hard rock seventies,con qualche concessione stoner, suonato "per caso" da italiani.
Chissa' se se ne sono accorti quelli sputa-sentenze a cui alludevo prima, mentre parlano beatamente fra loro di musica e "sociologia" ,seduti con i loro bei blue-jeans "made in -China" e di fronte ad un'ottima,ottima pizza napoletana...magari fatta a Milano, o provincia.....

Il mondo e' vasto.


(STEFANO CODERONI)



BULLFROG- The road to Santiago ( CD, Andromeda Relix, 2004)

Non e'una contraddizione, recensire un CD targato 2004 proprio adesso, nel 2008.....no, non lo e' se il Cd e' "The Road to Santiago" dei Bullfrog.
Il trio veronese ,dedito esclusivamente all'hard rock di matrice blues , piegato all'omaggio sincero ma non servile di Cream,Free,Mountain,James Gang e Bad Company ,in ordine d'apparizione,, non ha una precisa collocazione geografica e temporale, in quanto potrebbe essere nato ovunque e in qualsiasi momento.... l'altro ieri,domani, o semplicemente OGGI, e la sua musica e' in orbita intorno al cuore piu' che fissata fra le date di un qualsiasi calendario.
E' il tempo delle sensazioni, quello che si vive in questo CD, e datare simili sensazioni e' un'atto scortese, oltre che stupido.

Inoltre l'hard rock-blues al "calor bianco" dei Bullfrog non va' "bollato" come "impersonale", in quanto il trio veronese non fa niente di diverso di quanto abbiano gia' fatto i loro "padri putativi" Rock, o le loro "muse ispiratrici", o chiamateli come volete....tutti quei gruppi Rock leggendari della fine degli anni 60/inizio 70 che pero' poco hanno aggiunto, a mio personalissimo parere, al genere meno "bianco" che ci sia ,ovvero il nerissimo "blues" suonato ed ascoltato fino allo sfinimento in ogni bettola,casino,sottoscala o anfratto possibile dove si sono consumati la miseria e il disagio di una integrazione difficile se non impossibile.....il resto l'ha fatto la "bianca-solo-bianca" industria del Rock'n' Roll degli anni 50/60, l'unica in grado di incrementare il pigmento bianco di una musica nata solo nera, e offrendo un'esposizione interraziale (leggi: pubblico piu' vasto e piu' ricco) ad un "genere" che "genere" non e' mai stato, ed asservendolo alle acrobazie spettacolari ,psichedeliche e lisergiche che solo una strumentazione piu' ricca tecnologicamente poteva offrire....poi sono venuti i nuovi geni moderni Hendrix,Jack Bruce, e pochi altri....geni di "rielaborazione",comunque.Geni piu' del suono, che della struttura,senza tacerne le miracolose intuzioni.

E' per queste ragioni che invito chiunque si sia perso questo Cd e il precedente "Flower in the moon" del 2001 ad ascoltare senza preconcetti brani come l'opener "Sundance", con le sue armonizzazioni vocali, il bass-solo e l'arrangiamento che fa convivere magistralmente le bordate sonore e le "aperture" melodiche , il boogie scontato ma coinvolgente di "Kissin' May Lou" e la piu' riflessiva "Morning creeping",col suo giro di basso cosi' simile a quelli suonati da Fraser all'epoca dei Free.... Tutti pezzi gia' "sentiti" altrove, ma difficili da ignorare in questa nuova-vecchia veste.....

Ma i brani che lasciano veramente il segno sono altri.
"Boz's walk" ,per esempio,e' un mix perfetto fra Cream e Mountain,cantato dall'ospite Fabio Drusin( componente dei W.I.N.D.),con degli inserti di chitaara wha-wha da urlo suonati dall'ottimo Silvano Zago, con un finale acustico che mi ricorda certe cose del Jimmy Page piu' riflessivo.
"Supersister" e' un crocevia dove si incontrano Mountain e James Gang, e proprio la James Gang dell'epoca- Joe Walsh viene omaggiata dalla cover,piuttosto fedele all'originale, di "Walk away"...in questo caso i Bullfrog non intendono "rielaborare" una materia musicale gia' frutto essa stessa,, di rielaborazione dei "classici".
Ma e' con "Slow Bottom" e la conclusiva "I'll be gone" che si raggiunge ,a mio avviso, l'apice del CD....la prima e' un torrido hard-blues come non ne sentivo da tempo,con una parte vocale tanto vicina a quelle di Paul Rodgers ( e ,in misura minore, David Coverdale coi Whitesnake),da rischiare la collisione.....pero',nonostante la distanza incolmabile con tali talenti,, bisogna riconoscere al bassista -cantante Francesco Dalla Riva un'interpretazione vocale brillante, grazie ad un feeling interiore che non si ferma davanti a limiti tecnici e formali (cantare un genere "jankee" come questo, per un'italiano, e' quasi una "missione impossibile"....).....
"I'll be gone" e' un brano struggente,suggello definitivo di un'anima che si libera, e trova benissimo il modo per farlo.....impostata alla maniera di "Be my friend" (Free) o di ""Fade away" (Bad Company....comunque sempre Paul Rodgers...),questa canzone regge paragoni cosi' imbarazzanti, e sul piano del coinvolgimento emotivo e' solo un centimetro sotto a quella che si definirebbe una "pietra miliare", se solo fosse stata incisa da un gruppo piu' blasonato.

I Bullfrog non sono originali, perche' non lo devono essere....ma sono fra i pochi nel loro genere in Italia a saper scatenare gli effetti dell'adrenalina nell'ascoltatore, come solo i veri rockers sanno fare,quelli col DNA che non conosce passaporti.
Gruppi come i Bullfrog riescono a ripristinare il motus-operandi di coloro che assecondano fedelmente le aspettative di quelli che amano, come in un solito, perenne rituale.

I Bullfrog ripetono quello che ci piace sentire, come certe ninna-nanne che tanto piacciono ai bambini piccoli.
Le hanno scritte gli altri, ma e' la mamma che le canta. ...non e' la nenia ad ammansirli, ma la voce che riconoscono.
Noi siamo adulti , e alcuni fra noi pure orfani.......non si rischia di addormentarsi con "The road to Santiago" nelle cuffie. .......

Dategli una chance...avete tutto, TUTTO il tempo.....

(STEFANO CODERONI)




ANTHENORA--Soulgrinder (CD, My Graveyard Productions ,2006)


Il termine "Anthenora" indica un girone infernale,quello in cui vivono i traditori della patria, immersi in un lago ghiacciato.....una scelta originale,ma coerente, per il nome di una band votata esclusivamente alla conservazione di uno stile tradizionale ed incorrotto.
Provengono da Saluzzo, in provincia di Cuneo,e sono attivi dall'inizio degli anni 90; vantano collaborazioni di tutto rispetto con Kiko Louriero(Angra),White Skull,Chris Bolthendal (leader dei Grave Digger che ne ha curato l'attivita' promozionale),Brocken Arrow, e Power Symphony, ma sopratutto con Nicko Mc Brain degli Iron Maiden che li ha scelti per suonare in alcuni suoi "Drum-shows" in Italia e in Grecia nel 2002,2003 e 2004...e cio' dovrebbe essere abbastanza per farne comprendere il valore..
"Soulgrinder" e' il terzo disco ufficiale del gruppo, oltre a tre demos, che segue il mini-CD "The general is awakening" e il fortunato ed "internazionale" "The last command",pubblicato per l'ispano-tedesca Locomotive Music.
Tanto interesse da parte di "Big" del metal internazionale nei confronti degli Anthenora puo' essere un mistero per chi si fosse perso le passate releases del gruppo,ed e' anche per questo,sopratutto per questo, che bisogna ancora parlare di questo eccellente "soulgrinder" a quasi due anni dalla sua pubblicazione.

Gli Anthenora "nascono",essenzialmente, come cover-band degli Iron Maiden, ma ben presto perdono quella matrice stilistica limitante, aprendosi a altre suggestioni solo ed esclusivamente Metal ,quello con la M maiuscola........Tra gli affiliati piu' deferenti alle matrici classiche del genere in Italia, gli Anthenora sono fra quelli che meglio sanno interpretare l'uso della doppia chitarra ( o "ascia", come farei meglio a chiamarla, visto il contesto in cui opera....), e solo in pochi sanno dare forma, come loro, a quell'alchimia sonora,inesplicabile nella forma ma non nei risultati, che in termini poveri viene definita "atmosfera"....A tutto cio', se non bastasse, aggiungerei che il metal di questo gruppo e' "trascinante"...una parola semplice, ma solo apparentemente scontata;e' fuori discussione come la gran parte delle bands che operano in territori stilistici simili non sappiano riprodurre quel "quid" che trascina l'ascoltatore "oltre" la barriera del suono compresso, e oltre la soglia dello stordimento fisico....gli Anthenora, a mio avviso, sono fra i pochi depositari di una "conoscenza",tutt'altro che iniziatica e probabilmente inconsapevole, che e' "merce" quasi esclusiva dei grandi gruppi del passato, dei padri putativi dell'intera scana Metal.

Passando a "Soulgrinder", il tema dell'"atmosfera" e' gia' centrato direttamente dall'introduzione pseudo-musicale, semplice ed effettistica, ma subito capace di distinguersi dalla massa delle solenni e inconcludendi "intros" che da sempre annoiano l'ascoltatore medio ancor prima dell'inizio del disco....
L'iniziale "Dawn of blood" gia' marca la distanza fra gli Anthenora e i sudditi meno ispirati di un ceto tipo di Metal "ambito" nelle intenzioni,ma ma quasi mai realmente rivitalizzato nei fatti: la voce virile di Luigi Bonansea non ha niente da spartire con le voci efebiche di tanto Power -metal da classifica, ma sa scuotere i nervi e slegare la fantasia di chi ascolta; a coadiuvarlo due chitarristi (Stefano "Pooma" Pomero e Domenico "Mekk" Borra) efficaci e precisi come i piu' perfidi rasoi, e una sezione ritmica da applausi (il bassista Steve Balocco e il batterista Fabio smareglia)....Insieme, cinque elementi coesi ed in grado di effettuare con grandi risultati quella "sintesi" stilistica tanto ambita nell'ambito del metal "classico", ovvero la contaminazione esclusiva tra Metal "old school" di matrice classica anglo-americana e le propaggini piu' spettacolari e celebri del Power Metal tedesco/europeo degli anni 80/primi anni 90. , ovvero le due correnti egemoni del metal da "defenders",come si definisce con una punta di ironia,talvolta...
Alla prima fonte si deve il riffing cromato e gli intrecci chirtarristici,alla seconda il chorus trascinante ma non ruffiano,e l'incedere pseudo-epico di un riff melodico, suonato praticamente all'unisono dalle due chirarre,e cosi raro nella sua efficacia.
"Order of Hate" segue , come da copione gia' utililizzato milioni di altre volte, sciorinando un mid-tempo "defaticante" dopo l'adrenalina fatta scorrere dal brano precedente, ma non per questo si assesta a livelli molto inferiori.....infatti e' un brano impostato su un riff che sposta i sassi, ma conseva una leggerezza d'arrangiamento che ne ottimizza l'aspetto melodico; eccellente la progressione armonica che prepara al "climax" espresso dall'assolo.
"A new rebellion"e' un'altro brano che avrebbe fatto gridare al miracolo in un altro contesto meno ispirato, ma in "Soulgrinder" tutto va valutato in un'ottica un po' diversa....basato su un riff perentorio,ma dal ritmo vorticoso e dagli sviluppi imprevedibili, si distingue per il chorus memorabile e per la parte centrale strumentale,dove le due chitarre sembrano aver capito tutto,sia nelle parti ritmiche,sia negli assoli incrociati.....tutto scontato,ma cosi' efficace!
La title-track "Soulgrinder" e' invece un'episodio meno agile, pesantissima e col suono compresso al massimo consentito in questi territori.....si sfiorano a tratti i Pantera piu' True-metal degli esordi , ma con un suono piu' moderno, ma c'e' meno cattiveria fine a se stessa e meno auto-compiacenza nello stritolare anime e laringi....
"The call of the undead" tiene fede al suo titolo,avvalendosi di alcuni effetti sonori non-musicali alquanto inquietanti,seppur scontati in simili contesti..Anche in questo caso, e' splendido l'arrangiamento della doppia chitarra.
"Undred knives",dal titolo splendido, e invece piu' ordinaria,lenta e atmosferica,con scorci solenni e voce recitativa e sofferta...mi ricorda ,alla lontana,qualcosa dei primi Queesryche,ma piu' cattiva....Ancora una volta l'omaggio ai maestri del genere e' solo un'appoggio alla propria ispirazione ,e non un'atto scortese di plagio banale ed insignificante.;da questo punto di vista,gli Anthenora "prendono" da tutti, ma non depredano nessuno...e questo e' consentito dalla legge e dalla logica,oltre che dalla morale.

Discorso a parte merita "Fatherland", brano che ha le stimmate del "classico"...... un pezzo che, inciso in un qualsiasi disco degli anni 80 avrebbe consegnato i suoi autori agli annali e all'imperituro ricordo........un pezzo che vi spazza via gia' all'inizio,prima ancora di arrivare all'indimenticabile chourus in grado di annichilire le ambizioni di tanti sedicenti "epic-heroes" dei nostri giorni tutt'altro che eroici......Nella parte centrale,strumentale, i "pesi" della strumentazione vengono calibrati con la sapienza dei mastri artigiani,e non con il solo intuito degli apprendisti.....Unico neo in un pezzo altrimenti fantastico: il riff "portante",,magnifico nella sua semplicita' , ripetuto ciclicamente ,troppe volte,senza alcuna variante.....gli Anthenora in questo caso hanno sfiorato il capolavoro.

"Cassandra" ha lo spiacevole compito di seguire a ruota "Fatherland",ma si distingue per la sua struttura meno ordinaria e per una grande interpretazione vocale . questo brano puo' essere definito,fatte le debite proporzioni,un coraggioso mix fra la struttura musicale inusuale dei Queensryche di "Rage for Order",ed alcuni elementi del power metal tedesco..... Solo in pochi "osano" in questo campo, e gli Anthenora offrono una ulteriore prova di uno stile "conservatore" ma niente affatto appiattito su se stesso, e sempre in grado di aggiungere qualcosa di imprevedibile.
A seguire, "Hellish fire", infuocata gia' nel titolo,serratissima e definita da un riff col "fischio" della chitarra sull'ultima nota, un cliche' molto in voga tanti anni fa......il pezzo ha un "tiro" eccezzionale, da autentici fuoriclasse, e forse il merito maggiore va alla sezione ritmica in grado di intensificare il ritmo e far "respirare" la struttura del branoquando occorre....L'epicita' controllata,e la melodia vigorosa fanno di questo brano un'altra gemma che va (ri)scoperta, assolutamente.
Bello e' anche il tema di "Dream Catcher",alternato con sapienza dal riff impostato su ritmi "galopping"( per dirla alla maniera tanto cara ai fans sfegatati degli Iron Maiden.....);il pre-chorus e' improvviso e riuscitissimo,e prelude a qualcosa di migliore, ma il chorus vero e proprio mantiene solo in parte tale promessa.;il brano raggiunge tuttavia l'apice durante la parte strumentale grazie a un "time-signature" da manuale, e un assolo ancora una volta tecnico ed "emotivo" quanto basta.
Ancora "fischi" sull'ultima nota del riff (piu' scontato e molto "deja-vu", questa volta....) della conclusiva e programmatica "Steel brigade", titolo che farebbe vergognare chiunque non si professi un'autentico "difensore della fede".....Il brano e' Judas Priest, e piu' di cosi' davvero non si puo' senza rischiere il plagio e il giudizio in tribunale....... anche gli assoli sono impostati alla Tipton il primo (piu' "melodico/pulito) e alla Downing il secondo (piu' "sporco,con maggiore distorsione)...........davvero niente male per un gruppo "specializzato" in materia Iron Maiden....

In tutto "Soulgrinder" si sentono i martelli sull'incudine,il fuoco che divampa, si ergono i pugni al cielo e si invocano dei e forze che non esistono, o che perlomeno si negano...si ascolta il ruggito di una rabbia di cui non si capiscono origine e limiti, ci si compiace delle proprie accellerazioni cardiache senza rimanerne vittime, si possono far torti,impunemente, perche' la giovinezza e' complice degli errori e attenua il giudizio e nega la pena piu' severa, e si tollerano i torti subiti perche' c'e' il tempo per metabolizzarli,farne carta straccia e far finta di dimenticare,trovando proprio nel tempo, ampio, che rimane il miglior complice per impacchettare il dolore e gettarlo nei fossi delle nuove strade da percorrere.. ....
"Soulgrinder", involontariamente, e' anche tutto questo, un semplice disco di heavy metal ,di quelli "fatti bene", in grado di rinnovare tutti i luoghi comuni che ci tengono compagnia oltre la loro temporanea funzione d'intrattenimento,intrecciandosi ai ricordi che dissolvono, ai venti anni che non ci sono piu', e......e chi se ne frega.

Mi rivolgo sopratutto a quelli che hanno raggiunto gli "..anta..." e che ancora non hanno barattato la propria energia con la tisana di una vita incerta e fallimentare:
probabilmente qualcuno fra voi l'ha gia' capito: non comprarsi una copia di "Soulgrinder" potrebbe essere pericoloso. ...
Domani potreste svegliarvi molto piu' vecchi di un solo,singolo, giorno.....


(STEFANO CODERONI)





ANTONIUS REX---Switch on dark (CD/LP Black Widow Records,2007)


La musica degli Antonius Rex non ha ragione di esistere oltre la sua essenza esoterica...ma non sarei sicuro del contrario....Questo recente lavoro,"Switch on dark", spiega ben oltre l'intuizione superficiale di ognuno,che chi e' dietro queste note ,queste pause,e questi suoni, e' intimamente legato a certe tradizioni culturali che non sempre il Rock ha saputo "leggere" ed interpretare in modo autentico,e corretto.
L'"ensemble"(cosi preferisco chiamalrlo) guidato dalla coppia Bartoccetti/Norton fin dalle sua "primitiva" incarnazione a nome Jacula, ha rappresentato(e a quanto pare, rappresenta...) fin dal suo apparire l'unica entita' del Rock italiano piu' intimamente rivolta al puro aspetto magico/iniziatico privo delle sovrastrutture tipiche del Rocke e degli atteggiamenti kitch e fondamentalmente falsi di tanti altri gruppi contemporanei ,piu' Rock nella loro struttura musicale ma sopratutto piu' inclini a pagare dazio alle esigenze spettacolari tipiche della musica d'intrattenimento. Per non parlare di coloro che,seppur eccellenti sul piano strettamente tecnico/musicale,si professano dark solo per onorare lauti contratti per grosse produzioni cinematografiche. Un po' alteri e "spocchiosi" nel proprio ritiro invalicabile,e ben lontani dal protagonismo "gruppettaro" della generazione che l'ha partoriti, gli Jacula/Antonius Rex possono a ragione rivendicare un'assoluta originalita' sul piano stilistico/musicale e sopratutto sul versante del "dimpegno" sociale, incarnando solo in parte ideali all'ingrosso,banali, troppo facilmente condivisi ma mai applicati.....A loro,e solo a loro,spetta una visione radicalmente "eversiva" dell"impegno" ideologico in senso stretto,immune dalla massificazione, dagli slogans e dai muri imbrattati.

Il loro limite,semmai, e' di natura diversa.......musicalmente e concettualmente,non sono facili,ne immediati,da comprendere,nemmeno dai fans piu' attenti alle evoluzioni del Progressive piu' asimmetrico nelle strutture e nei contenuti...il rischio di essere considerati solo un gruppo "famoso" per merito (o a causa...) della difficilissima reperibilita' dei loro primi dischi "storici" e' forte,e puo' resistere al tempo e anche a questa prova di "forza" rappresentata da questo recentissimi "Switch on dark"......ma mi piace pensare,e convincermi,,se ho capito solo qualcosa, che il "rischio" e' assolutamente consapevole,voluto,e forse anche "meditato".



La seguenza delle note,e sopratutto le pause fra esse, che danno vita alle traccie di "Switch on dark" inducono a pensare,al di la' di ogni ragionevole dubbio,come certi menti costruiscano la loro espressione sulla base di conoscenze,non solo "esoteriche"ma anche psicologiche,del tutto aliene a tanti sterili imitatori. L'induzione a stati "crepuscolari " della coscienza,il senso d'attesa opprimente mai pienamente risolto,non sono solo sporadici "trucchi" da giocolieri del pentagramma,e quelle pause magistrali che "suonano" piu' di qualsiasi nota seguente o successiva,non sono,ne' possono essere frutti del caso...anche di quello piu' " maligno"...E' il metodo,e non la concatenazione effettistica del caso,a giocare le carte magiche di certi travagli creativi.,e a stabilire la distanza fra chi sa e chi imita.......Tuttavia non manca anche in casi esemplari come questo, il solito corredo di voci corali,pseudo salmi e sospiri assortiti, a suggello di una manciata di brani che faremmo meglio a definire autentiche "infestazioni" sonore......Fra queste,citerei in ugual misura la title track,interminabile,la cui seconda parte ci restituisce le malie piu' impressionanti della Gibson di Bartoccetti,sovente relegata ad un ruolo di secondo piano o addirittura assente,volutamente "assoggettata" ad una visione musicale d'insieme che privilegia la struttura e la Forma al di la' delle parti,e degli strumenti, che la compongono, l'incredibile "Fairy vision",brano di maligna eleganza che solo gli eletti possono scrivere.....da notare,quando il "riff" ultraelettrico raggiunge il proscenio, che a differenza di qualsiasi altro gruppo che avrebbe introdotto a quel punto un sontuoso assolo di tastiere e fatto la felicita' di molti ascoltatori ingenui,,gli Antonius Rex risolvono" la faccenda con un "incipit" strumentale assolutamente spiazzante,cambiando ritmo ed inserendo un fraseggio Jazz- blues impensabile e,solo un'attimo prima, " fuori contesto".....Menzione a parte merita il pezzo "Darkotic",il cui solo titolo e' ben superiore all'ironia immediata che puo' sucitare...per non dire sulla musica,probabilmente uno dei pezzi piu' "heavy" dell'intero repertorio di questi musicisti cosi' ostici alla definizione di comodo.


Un plauso particolare va anche a coloro che si sono seduti dietro la consolle e hanno prodotto questo disco.....hanno saputo dare una Forma anche agli aspetti piu' moderni della tecnologia in maniera affascinante, facendo convivere alla perfezione i concetti legati al suono sia nella sua forma di pura percezione fonica/acustica sia in quella della percezione "subliminale" di essa..........chi ha prodotto questo album ha inserito un quid di difficile definizione,direttamente nel tessuto connettivo degli stessi brani,per cui pensarli in un'altra veste,dopo averli sentiti una sola volta,risulta alquanto difficile.....anche questa,e forse piu' di altre,e' pura creativita'.... ....con buona pace degli improbabili "testimoni del male",sedicenti ricercatori di messaggi maligni nascosti nella musica Rock, autori di libri ameni e maggiomente interessati ai proventi economici derivanti dalla carta straccia con cui ingolfano un mercato,quello editoriale,gia' intasato di liquami vari.....



Ai tanti musicisti associati al piu' recente movimento del renumerativo"goth rock" ,ammaliati dal sound sinuoso,dalle voci soprano e dal tormento di facciata, non consiglierei affatto questo "Switch on dark"......correrebbero il rischio di imitarlo,senza averne capito nulla.....e magari otterebbero anche successo.......
Che qualcuno,in cielo o in terra o chissa' dove,non voglia.....


(STEFANO CODERONI)





ABIOGENESI---Io sono il vampiro (CD-LP,2005 Black Widow Records)

Se i termini "malinconia" e "luminosita' " non esprimessero concetti che si escludono a vicenda,si potrebbero utilizzare,in una azzardata sintesi,per descrivere questa ora di musica firmata Abiogenesi,e chiudere il cerchio senza sforzo.
"Io sono il vampiro" e' il quarto disco del gruppo guidato dal chitarrista Tony D'Urso,ed e',a parere di chi scrive, il loro lavoro piu' maturo.Anche in questa occasione vengono riaffermate le due ossessioni del gruppo,ovvero il tema del vampirismo e il dark sound degli inglesi Black Widow ,ma questa volta si evitano certe citazioni un po' forzate e certi effetti grossolani che ne avevano parzialmente svilito il vecchio repertorio. L'omaggio deliberato ai padrini Black Widow e' ribadito,ma contrariamente a tante altre bands incapaci di andare oltre la soglia dell'emulazione sterile e dell'ostentazione tecnica,gli Abiogenesi hanno imparato a distinguere la forma dal contenuto,e adottano solo la forma offerta dai loro ispiratori,a mo' di canovaccio,per esprimere sensazioni ed emozioni solo personali,ed uniche in quanto tali.Non c'e' alcuna riproposizione "in vitro" del sound irriproducibile dei primi Black Widow,ma solo una dilatazione di forme (ed uso) del loro stile originario.""Io sono il vampiro" e' il lavoro piu' "notturno" del gruppo,scevro da qualsiasi eccesso strumentale effettistico,esclusivamente concentrato all'elaborazione e alla descrizione in suoni delle emozioni tanto comuni quanto soggettivamente esclusive (la perdita,il distacco,lo smacco del tempo...);gli Abiogenesi non scrutano la notte,ma le forme che la alimentano e, ,catturandole,ne rimodellano i contorni;cio' che rimane sono quelle forme indefinite,sfuggenti , ma solo per troppa fantasia o per mancanza di contrasto .La stessa timbrica "cantautoriale" della voce di D'Urso,dal tono pacato ben si adatta ad un repertorio che non gonfia i muscoli ma svela l'intimo sotto la pelle,e parla di cio' che sa,e solo di quello. Fra i brani va segnalata la triade di "quasi-covers"(ovvero musica di altri,testi e arrangiamenti degli Abiogenesi)a cui i nostri ci hanno abituato da tempo:questa e' la volta di "Lady in black" degli Uriah Heep,di "Mary Clarck"dei sempre presenti Black Widow,e, addirittura di "Never let go" dei Camel,influenza inaspettata ma non insospettabile in un album cosi' votato all'introspezione e dai tratti malinconici.Le lunghe strumentali d'apertura"Io sono il Vampiro" e di chiusura "Sabba vampire" (quest'ultima solo sulla versione CD) non temono confronti sul piano delle atmosfere suggestive,mentre la gia' conosciuta"Belfagor"(ennesimo tributo ai telefilms /Macabro/Noir/Thriller italiani degli anni 60 a cui quasi tutti i gruppi dell'etichetta ligure BlackWidow Records pare debbano rendere omaggio)e' probabilmente il brano piu' canonicamente "dark sound" del lotto, ma elaborato in un'ottica originale e niente affatto di "maniera"."Vampire blues"invece potrebbe averla scritta chiunque,ma mai "vissuta" e suonata con tanta intensita';da ovazione l'assolo di chitarra di D'Urso,che da solo vale il prezzo del biglietto.

Gli Abiogenesi non pagano dazio al suono claustrofobico tanto in voga negli ambienti dark/doom meno ispirati,ne' si assoggettano al giochino puerile di chi cerca l'annichilimento delle carni e dello spirito,ma solo a parole,o a note. In "Io sono il vampiro" non ci si consegna al buio come condanna definitiva,ne' si cerca alcun balsamo che ottunda nervi,speranze e pensieri; infatti non ci si vergogna affatto di riscoprirsi fragili ,ma mai inermi, magari solo un po' indisciplinati e vaghi,ancora e sempre sospesi fra incertezze e paure.Tra le tenebre,ma non con le tenebre.E con una fiaccola in mano.
Malinconia e luminosita',dicevo,e confermo.

Ho il sospetto che questo disco non piacera' troppo ai doomsters integralisti,ne' agli eterni orfani dell'ala piu' tecnicista del progressive puro,ne' tantomeno agli innumerevoli sedicenti vampiri dei nostri giorni,tanto rossi nel sangue quanto opachi nei pensieri.
E di tutto cio',personalmente,sono felice.


(STEFANO CODERONI)




ORNE---The conjuration by the fire (CD/LP, 2006 Black Widow Records)

In teoria,il compito del recensore dovrebbe consistere nel descrivere e fare chiarezza,anziche' il contrario.In teoria.
In pratica,sono numerosi i gruppi,discografici ,produttori che traggono vantaggio principalmente dall'imperscrutabilita' di certe proposte e dall'ingenuita' del "critico" di turno,incapace di affrontare temi e spunti deliberatamente inquinati. Nell'ambito del rock di chiara matrice esoterica (e non principalmente occultistica),e' tradizione radicata spargere a piene mani frammenti di ideologie sparse,di sincretismo culturale e/o religioso d'accatto e parafernalia a buon mercato.
Gli Orne sono un gruppo davvero strano,una creatura musicale indefinibile, tanti e tali sono i tratti sfuggenti ed indecifrabili della loro musica rivolta piu' a "nascondere","occultare" che a mostrare,"rivelare". Sono Finlandesi,dal 1997 al 2002 si chiamavano Mesmer,e hanno integrato nella formazione l'intero trio dei Reverend Bizarre,probabilmente la piu' celebre doom metal band di quelle lande.La caratura heavy di "The conjuration by the fire" e' molto meno esplicita di quanto la presenza in formazione di tali figuri fa presagire e le traccie di autentico doom metal nella musica degli Orne sono rare quanto il sole nel loro paese d'origine.



Come altri esempi marcati Black Widow Records (Areknames,fra gli altri...),gli Orne inseriscono fra i credits e i rinngraziamenti dell'album una lista infinita di gruppi e personaggi citati come fonti d'ispirazione,di origine e caratteristiche alquanto eterogenee (Black Sabbath,Genesis,Wagner,Morricone, Holst,Van Der Graaf Generator,Spring,Saturnalia,Wigwam etc..)),seguendo una tradizione inaugurata tanti anni prima dai Cathedral nel loro celebre "Forest of equilibrium",in cui i maggiori responsabili del "Rinascimento doom" inglese degli anni 90 vollero rendere omaggio a tanti eroi dimenticati del sottobosco Dark Sound e progressive degli anni 70/primi 80,obbligando i nuovi adepti(leggi nuove generazioni) di sonorita' oscure a scoprire entita' maledette e fino ad allora "merce "esclusiva di vecchi freaks e/ofacoltosi collezzionisti.
Ma il motus operandi degli Orne e' tipico dei circoli esoterici,il cui linguaggio "cifrato" e' ad esclusivo appannaggio degli iniziati. Ho il sospetto che il loro linguaggio di musica,parole e segni sia ,come gia' scritto,volontariamente teso piu' a nascondere che a mostrare;seguendo ,non senza affanno,un certo schema i cui messaggi ultimi si suggeriscono e non si esprimono palesemente,si rischia di disinteressarsi a tutto cio' che si ascolta e si legge e rivolgere l'attenzione principalmente a cio' che manca ,e personalmente non mi va di seguirli in questo campo.Sono convinto che molte ,autentiche ,fonti d'ispirazione sul piano strettamente musicale non siano state affatto citate( un certo folk "neo -pagano" trova spunti eccessivi in certa musica "popolare" nordica molto piu' di citazioni da "progressive-collectors" alla Finnforest,Tabula Rasa et similia...,per non dire che molti dei gruppi "underground" nordici,e non solo quelli,citati in questo caso avevano spesso le medesime matrici prese "a prestito"....) Degli storici Black Widow,a cui gli Orne sono stati recentemente accostati (anche grazie allo "sfiorato" coinvolgimento dello stesso Clive Jones nel progetto...),i finnici mutuano la ricercatezza dell'arrangiamento e la taratura del "peso" dei singoli tasselli strumentali,rinunciando spesso all'invadenza della chitarra elettrica distorta in favore dell'uso accorto e "atmosferico"dell'acustica ,alla maniaera di Jim Gannon su "Sacrifice";solo l'inizio di "Island of joy",con l'accenno di flauto e percussioni,rimanda direttamente,e senza storie,alla ben piu' celebre "Come to the sabbath"....ma la "pratica" Black Widow,per gli Orne,si chiude qui.
Anche se non ritengo credibile un lavoro di sintesi tematica che cita contemporanamente I Rosa Croce con Lovecraft,ritualismo esoterico,tracce alchemiche,neo-paganesimo e filmografia di Mario Bava(!),devo riconoscere alla musica degli Orne una rara, sapiente capacita' di sintesi melodica e suggestione ancestrale .Pur alle prese con un canovaccio scarno che tende alla ripetizione,tessuto in semplici arpeggi chitarristici e tenui backrounds di tastiere,dai toni pacati e melliflui,gli Orne sono in grado di scrivere vere e proprie "songs" scandite da melodie immote ed essenziali,magnificamente interpretate da una voce baritonale che traccia con enfasi "filosofica" la linea di confine fra i mondi,di cui,come scrivono gli Orne all'interno del disco,la musica e' il ponte.
Il loro stile musicale si appropria del folk piu' malinconico ed evocativo delle loro terre,e l'umore di tutti i brani e' elusivo e tende a sottrarsi a tutto cio' che e' riconoscibile come immediato, solido,concreto,e percepito solo dai sensi piu' elementari.L'ossatura dei vari pezzi e' scarna ma mai banale,parsimoniosa sul piano strettamente strumentale e solistico; le cadenze ritmiche assecondano lo sviluppo dei temi melodici e solo rare scosse durante le parti vocali pongono l'accento,per estensione,ai concetti espressi nel testi. I tratti piu' genuinamente rock ,heavy(ma mai metal) e plumbei vengono espressi a parte,in sezioni quasi esclusivamente strumentali,guidate da un basso -leader in fase di mixaggio (caratteristica frequente nel rock-progressive scandinavo).Bisogna segnalare,non senza una punta di delusione,,che le due "sezioni" della musica degli Orne,ovvero quella piu' pacata elettro-acusticae quella piu' fiera e canonicamente heavy-prog difficilmente si compenetrano ed interagiscono durante l'album,e spesso vengono pensate e suonate in modo distinto.
Nessuna sintesi alchemica sembra raggiunta,nessuna nuova lega e' stata forgiata dagli elementi (a)tipici della musica degli Orne,e cio' che era sparso,e' rimasto tale.
Cogliere una chiara e netta fisionomia della musica e dello stile degli Orne ,come dicevo,e' difficile,e le ragioni dell'indubbio fascino di questo gruppo consiste anche in questo;ma non cercate fra i solchi (e i raggi laser) di "The conjuration by the fire" una splendida creatura dai lineamenti seducenti e ferali....o meglio, se vi riesce,provate a girarle intorno,perche' gli Orne,per adesso,sono semplicemente una creatura bifronte.
E vi potreste innamorare due volte.


(STEFANO CODERONI)





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